lunedì 27 luglio 2009

Novena Mondiale secondo le intenzioni della Santa Vergine dal 27/4agosto


Novena Mondiale secondo le intenzioni della Santa Vergine
“La prima povertà dei popoli è quella di non conoscere Cristo”, diceva Madre Teresa di Calcuta. “Gli uomini sono affamati di Dio. Gli uomini sono assettati di amore. Siamo coscienti di questo? Conosciamo questo fatto? Lo vediamo? Abbiamo gli occhi per vedere questo… Dobbiamo aprire i nostri occhi per vedere…”
La ricerca del senso e dei valori è per i cristiani un’opportunità storica, affinchè proclamino il Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita.
La parola “crisi” è senza dubbio una parola che ritorna molto spesso da qualche mese nei media. La preoccupazione è reale ed è giustificata, poiché alcuni di noi sono stati colpiti pienamente. Questo “bombardamento” tuttavia rischia di allontanare ogni capacità di speranza. Così come ha sottolineato il Papa Benedetto XVI più volte, la crisi che stiamo attraversando non è solo una crisi economica o finanziaria. È principalmente la crisi di una società che sta cercando il modello del guadagno facile, e soprattutto rapido, qualche volta a detrimento della giustizia, della solidarietà o anche dei valori morali fondamentali.
L’attenzione per coloro che soffrono, la lotta contro l’ingiustizia, contro la povertà, la fame, la malattia, contro le disuguaglianze, contro l’uso della violenza, sono sempre state al centro dell’attenzione della Chiesa in tutto il mondo. Cristo è venuto ad annunciare ad ognuno di noi che è amato da Dio. Per rafforzare la sua testimonianza ha guarito una moltitudine di malati. La Chiesa continua la missione di Cristo al servizio di tutti quelli che soffrono. Come potrebbe essere indifferente rispetto ogni persona che soffre, quando sa che, infatti, è Cristo che soffre in ogni persona?
In questo periodo segnato dalla crisi economica e finanziaria, il messaggio di Benedetto XVI di quest’anno per la Quaresima è stato un bel messaggio di speranza per l’umanità:
“Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Dio di soddisfare una fame più profonda che sperimentiamo nel profondo della nostra anima: la fame e la sete di Dio”, scriveva Benedetto XVI. “Nello stesso tempo, il digiuno ci aiuta a comprendere la situazione in cui vivono tanti dei nostri fratelli”, a continuato il Papa. Il Santo Padre a detto che scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri “mostriamo concretamente che il nostro simile, che si trova nel bisogno, non è per noi un estraneo”.
Il mondo attende delle risposte schematice alle domande alle quali la Chiesa da delle risposte dettagliate, e la maggior parte non trova il tempo per comprenderle. I messaggi che riceviamo a Medjugorje dalla Santa Vergine sono proprio le risposte che la Chiesa ha dato da sempre. Questi possono cambiare vite ed illuminare le coscienze per poter far fronte alle provocazioni odierne. Il problema è molto importante. Abbiamo il diritto di lasciar credere al mondo che Dio è indifferente alle sofferenze dell’umanità? A Medjugorje la Santa Vergine non parla con superficialità: noi, i cristiani, possiamo cambiare il mondo; abbiamo un messaggio straordinario di speranza e siamo i portatori di questo messaggio.
Oggi, Radio Maria vi propone un modo semplice di partecipare alla missione molto importante della Chiesa, e di far conoscere l’amore di Dio nel mondo. La nostra Radio è solo un messaggero. Rispetto ai bisogni che sono nel mondo, Radio Maria è solo una goccia d’acqua nel oceano e non può realizzare questa missione senza di voi.
Con il desiderio di offrire qualcosa di speciale alla Santa Vergine, vogliamo organizzare una Novena a scala Mondiale, Novena che vogliamo offrire insieme secondo le intenzioni della Santa Vergine per aiutarLa, affinché i suoi piani per il mondo volgano a compimento, e per sostenerLa di seguito nella sua missione al servizio della Chiesa di Cristo. La Novena inizierà il 27 Luglio e finirà il 4 Agosto.
Cosa potremmo offrire alla Santa Vergine Maria? Radio Maria si propone di fare questa cosa, con il desiderio di riunire per questa Novena un maggior numero possibile di gente del mondo intero. In questo modo, formeremo insieme una meravigliosa immagine della Chiesa Universale. Nello stesso tempo, sostenendo la Santa Vergine nelle sue intenzioni, non facciamo altro che sostenere milioni di uomini di tutto il mondo, che attraverso di noi, di tutti coloro che parteciperanno a questa Novena, riceveranno ogni giorno nel loro cuore il messaggio di speranza della Santa Vergine, Madre di Cristo e Madre della Chiesa.
Attraverso questa Novena Mondiale, che unirà tutti noi nella fede, speranza e amore, potremmo far mediante la Misericordi di Dio, discendere sull’umanità un enorme bene. La partecipazione e il nostro aiuto permetterà forse, ad una famiglia che ha perso tutto, ad un missionario che si sente solo ed abbandonato, ad un giovane che cerca il senso della propria vita… e a quanti altri… a ritrovare la speranza.
Crediamo che questa nostra concorde unione nella preghiera ci porterà ad una nuova esperienza dell’Amore di Dio effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato e che è sempre un inizio, un passaggio verso un altro livello di vita. Così come, attraverso la preghiera si possono fermare le guerre, anche le guerre del dubbio e dell’incredulità, e si possono cambiare le leggi naturali, noi sinceramente speriamo che questa nostra preghiera comunitaria, unita al Cuore di Maria e per la vittoria del suo Cuore Immacolato faccia in modo che il cambiamento dei nostri cuori e della nostra vita siano per Lei il dono più caro.
Come pregare questa Novena?
La Novena inizierà il 27 Luglio e finirà il 4 Agosto.
Consiste in:
1.– Preghiera: ogni girono si reciterà:
-il Rosario della Divina Misericordia (alle ore 15)
-il Rosario del giorno
-e la preghiera giornaliera della Novena dedicata alla Santa Vergine (ognuno può scegliere liberamente una Novena in onore della Santa Vergine, per esempio, la Novena dedicata alla Santa Vergine di Fatima, o quella dedicata alla Santa Vergine di Lourdes, o di Medjugorje oppure ogni altra Novena rivolta alla Santa Vergine che si trova nei libri di preghiera)
2.– Digiuno: durante la Novena si farà digiuno (eccetto le persone malate) con pane e acqua, mercoledì e venerdì. Ognuno può decidere liberamente come vivere questo digiuno, in funzione della sua salute e del suo cuore.
3.– Eucarestia: ogni giorno, o almeno una volta durante la Novena si parteciperà alla Santa Messa (con la Confessione e la Comunione)
4.– Bibbia: ogni giorno si leggerà alcuni versetti della Bibbia.

domenica 19 luglio 2009

Aprite le porte a Cristo

Pope2You 31

Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. Solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita.

mercoledì 15 luglio 2009

16 luglio Madonna del Carmelo


16 Luglio - Madonna del Monte Carmelo. - France. Lourdes. 18ª ed ultima apparizione

L'apparizione della Madonna del Monte Carmelo a San Simon Stock

L'Ordine del Carmelo si dà una origine tanto antica, come gloriosa ; si crede, non senza serie ragioni, che questo Ordine non sia che la continuazione della scuola istituita sul Monte Carmelo dal profeta Elia. I discepoli di questa scuola si trovarono in prima fila tra i convertiti al nascente cristianesimo ed il Carmelo divenne la culla della vita monastica dopo Gesù Cristo. Dopo la dispersione degli Apostoli, nell'anno 38, costruirono una cappella in onore di Maria e si votarono a celebrarne specialmente le Sue lodi.

Più tardi, avreebbro dovuto soffrire molto da parte dei Saraceni e dei Mussulmani, quando la Francia, di concerto con tutta l'Europa, intraprese le Crociate che avevano come scopo quello di strappare i Luoghi Santi agli infedeli. Fu in occasione delle privazioni subite dall'Ordine del Carmelo, che i Carmelitani vennero in Francia con il re san Luigi. Vi stabilirono diverse case e ne andarono ad impiantare alcune persino in Inghilterra.

San Simon Stock divenne, nel 1245, superiore generale dei Carmelitani e fece tutti gli sforzi possibili per riaccendere la devozione a Maria nel suo Ordine. La Vergine gli apparve nell'aurora del 16 luglio accompagnata da una moltitudine di angeli, circondata di luce e vestita con l'abito del Carmelo. Si mise, lei stessa, uno scapolare dell'Ordine, dicendo : « Questo è un privilegio per te e per tutti i Carmelitani. Chiunque morirà portandolo non soffrirà il fuoco eterno. » Il Santo fece dei miracoli per confermare la realtà di questa visione.

Questa fu l'origine della Confraternita della Madonna del Monte Carmelo, per i cristiani che, non potendo abbracciare la Regola, vogliono attrarre su di sé le benedizioni promesse allo scapolare.

Il privilegio più considerevole accordato alla Confraternita del Monte Carmelo, dopo quello che Maria fece conoscere a San Simon Stock, è quello che fu rivelato al Papa Giovanni XXII : la liberazione del purgatorio, il sabato dopo la morte, dei confratelli del Monte Carmelo fedeli allo spirito ed alle regole della Confraternita.


Tratto dall'Abate L. Jaud,
Vie des Saints pour tous les jours de l'année, "Vita dei santi per tutti i giorni dell'anno"
Tours, Mame, 1950.




Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesú. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte.
Amen.

lunedì 13 luglio 2009

Mese di luglio... "Preziosissimo Sangue di Gesù"

Introduzione

Nella Bibbia e nell’Antico Testamento è ribadito l’importanza del Sangue. In Levitico 17,11 è scritto "La vita di una creatura risiede nel sangue" (Levitico 17,11). Il sangue quindi fa parte della vita ed è una componente fondamentale dell’essere vivente. Un altro passo illuminate è Genesi 4:9-8 "Allora il Signore disse a Caino: «Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!". Se quel sangue non fosse vita come poteva gridare a Dio? Tutto l’Antico Testamento è pieno di episodi relativi al tema del sangue. Dio Padre comanda di non versare il sangue, cioè di non spargerlo inutilmente con gli assassini, di non berlo e di non mangiare carni animali che contengano ancora residui di sangue; perché il sangue è vita, il sangue è sacro. (Deuteronomio 12,23).

Nella Sacra Scrittura si parla del Sangue in due modi: Sangue versato e Sangue asperso.

In Esodo 12:22 troviamo che agli israeliti fu comandato di prendere un fascio di issopo e bagnarlo nel sangue dell'Agnello, poi spruzzarlo sugli stipiti e sull'architrave della propria porta. Così, quando quella notte arrivò l'angelo della morte, vedendo il sangue su quelle porte passò oltre le loro case. Perché gli israeliti non misero semplicemente il bacino col sangue sulla

soglia? Perché non lasciarono il contenitore fuori, magari appoggiato su qualche piedistallo. Perché quel sangue è stato prefigurazione del Sangue di Cristo che è stato Sparso durante la Passione. Infatti leggiamo in Ebrei 9:22-23 " Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono. Era dunque necessario che i simboli delle realtà celesti fossero purificati con tali mezzi; le realtà celesti poi dovevano esserlo con sacrifici superiori a questi".

Ancora dalla Sacra Scrittura possiamo attingere che dopo che Mosè ebbe letto i comandamenti, risposero, "Abbiamo capito – e obbediremo." Essi, quindi, accettarono il patto col Signore. Il patto fu sigillato, ratificato, come abbiamo citato in Ebrei cap. 9 attraverso l'aspersione del sangue su

di esso. Mosè ci dice: "Preso il sangue dei vitelli e dei capri con acqua, lana scarlatta e issopo, ne asperse il libro stesso e tutto il popolo..." Il sangue versato dalle offerte bruciate era in un bacino. Mosè prese un po' di questo sangue e lo versò presso l'altare. Poi prese un fascio d'issopo, lo immerse nel bacino e spruzzò di sangue le dodici colonne (rappresentavano le dodici tribù di Israele). Bagnò nuovamente l'issopo e finalmente spruzzò il popolo. Il sangue coprì la gente e sigillò l'accordo! L’atto di aspersione concesse agli israeliti pieno accesso a Dio, con gioia. Oltre al perdono e la remissione dei peccati ha il valore della comunione. E furono santificati, mondati - degni di stare alla presenza di Dio. Poi Mosè, Nabad, Abihu e settanta degli anziani salirono sulla montagna per incontrare Dio. Il Signore apparve loro, ed essi si sedettero in presenza di Dio e con Lui mangiarono e bevvero: "Ma egli non stese la sua mano contro i capi dei figli d'Israele; ed essi videro DIO, e mangiarono e bevvero" (Esodo 24:11).

Poco prima questi uomini avevano temuto per le loro vite e poco dopo, tramite l’aspersione del sangue che li lavò dai loro peccati poterono mangiare e bere alla presenza di Dio. Anche questo è una prefigurazione i quel patto definito che Gesù Cristo ha sigillato con tutti gli uomini per dare la salvezza eterna.

Meditando la Passione di Cristo e partecipando alla Eucaristia, ogni uomo ritrova la strada per tornare all'unico patto d'amore, Eterna Nuova Alleanza siglata mediante l’effusione del Sangue di Gesù Cristo.

"Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo Sangue, uomini di ogni tribù, lingua popolo e nazione "(Ap 5,6-9): ecco la mirabile visione dell'Apocalisse in cui le moltitudini cantano la Gloria di Dio, riconoscendo la potenza del Sangue preziosissimo di Gesù Cristo. In 1Pietro 1,17-19 leggiamo" E se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica ciascuno secondo le sue opere, comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio. Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia."

Il Sangue di Cristo è la più grande e perfetta rivelazione dell'Amore Trinitario e la sua effusione vivificante è sorgente della Chiesa, che continuamente rinasce, santa ed immacolata, nutrendosi del Sangue divino e, attraverso di essa, è riscatto per l 'uomo peccatore a cui viene donata ricchezza, libertà, gloria e salvezza.

La vita spirituale trova un insostituibile alimento nel Sangue di Cristo, vero fulcro del cuore, della vita e della missione della Chiesa. Gesù stesso, nell'Ultima Cena, dà importanza rilevante al Sangue, che è simbolo della Redenzione Marco 14,22-24 "Mentre mangiavano, Gesù prese del pane; detta la benedizione, lo spezzò, lo diede loro e disse: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, e tutti ne bevvero. Gesù disse: «Questo è il mio sangue, il sangue del patto, che è sparso per molti." .

Anche San Paolo e san Pietro, come abbiamo già citato, nelle loro lettere parlano con devozione del Riscatto umano dal peccato, che è avvenuto tramite la morte di Gesù, il quale ha tanto amato gli uomini fino a versare il suo Prezioso Sangue.

Come testimonia la Parola di Dio del Nuovo Testamento, le preghiere e la Liturgia antichissima la devozione al Preziosissimo Sangue risale alle origini stesse del Cristianesimo stesso. Altre testimonianze sono gli scritti dei Padri della Chiesa, tra i quali sant'Agostino (354-430) del quale citiamo queste parole: "Cristo rese prezioso il sangue dei suoi seguaci per i quali aveva pagato col proprio sangue. Considera perciò, o anima redenta dal sangue dellj4gnello senza macchia, quanto grande sia il tuo valore! Allora non reputate voi stessi di poco valore, se il Creatore dell'universo e vostro vi stima tanto da versare ogni giorno per voi (nell'Eucarestia) il sangue preziosissimo del suo Unigenito ".

Nei secoli seguenti e in particolare dal Medioevo la devozione al Sangue di Gesù assunse espressioni più marcate con l'accentuarsi della devozione alla Umanità di Cristo, specialmente ad opera di san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) e di san Francesco d'Assisi (1182-1226) e dei loro discepoli. San Bonaventura disse : "Tesoro preziosissimo, incomparabile sono le stille del Sangue di Cristo ". "Una sola goccia di questo Sangue Prezioso sarebbe sufficiente per salvare il mondo", disse Tommaso d'Aquino, in virtù dei meriti infiniti che gli conferirono l'unione con la Persona divina del Verbo. E fu un fiume che si spanse sulla terra dal Golgota e che si riversò dal Cuore aperto dalla lancia del soldato romano per manifestarci l'ardore del suo infinito Amore.

Dopo un breve periodo di decadenza, relativo ai secoli XVII e XVIII, la devozione ritrova il suo antico splendore e la sua feconda vitalità ad opera di S. Gaspare del Bufalo che dal Mistero del Sangue trae la ricchezza di santità per se e per i fedeli, e la forza d'un apostolato diretto al rinnovamento della società del suo tempo, raccogliendo numerosi Sacerdoti e Fratelli nella "Congregazione" da lui chiamata "dei Missionari del Preziosissimo Sangue".

Luce e impulso nuovi verranno alla devozione dal Pontificato di Giovanni XXIII, in particolare dalla sua Lettera Apostolica "Inde a primis", primo documento pontificio avente il solo scopo di promuovere il culto al Preziosissimo Sangue.

Ai nostri giorni, la devozione è stata grandemente arricchita dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Il fervore di studio che lo ha caratterizzato, ha favorito un felice ritorno a quelle sorgenti, Bibbia e Liturgia, dalla quale è scaturita la stessa devozione e alle quali per lungo tempo si è riferita come al suo nutrimento più vitale. l Documenti conciliari, nelle loro affermazioni-chiave, menzionano esplicitamente il Mistero del Sangue: la sola Costituzione sulla Chiesa lo richiama 11 volte!

Un altro interessante documento è "Il Redentore dell'uomo", lettera enciclica di papa Giovanni Paolo II, che ci ricorda il posto essenziale e fondamentale che occupa il mistero della Redenzione nella fede cristiana.

giovedì 2 luglio 2009

PER LE INDULGENZE DISPOSIZIONI PER L’ANNO SACERDOTALE



PER LE INDULGENZE

DISPOSIZIONI PER L’ANNO SACERDOTALE


di

SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI


URBIS ET ORBIS




D E C R E T O


Si arricchiscono del dono di Sacre Indulgenze, particolari esercizi di pietà, da svolgersi durante l’Anno Sacerdotale indetto in onore di San Giovanni Maria Vianney.


È imminente il giorno in cui si commemoreranno i 150 anni dal pio transito in cielo di San Giovanni Maria Vianney, Curato d’Ars, che quaggiù in terra è stato un mirabile modello di vero Pastore al servizio del gregge di Cristo.


Poiché il suo esempio è adatto per incitare i fedeli, e principalmente i sacerdoti, ad imitare le sue virtù, il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha stabilito che, per questa occasione, dal 19 giugno 2009 al 19 giugno 2010 sia celebrato in tutta la Chiesa uno speciale Anno Sacerdotale, durante il quale i sacerdoti si rafforzino sempre più nella fedeltà a Cristo con pie meditazioni, sacri esercizi ed altre opportune opere.


Questo sacro periodo avrà inizio con la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, giornata di santificazione sacerdotale, quando il Sommo Pontefice celebrerà i Vespri al cospetto delle sacre reliquie di San Giovanni Maria Vianney, portate a Roma dall’Ecc.mo Vescovo di Belley-Ars. Sempre il Beatissimo Padre concluderà l’Anno Sacerdotale in piazza S. Pietro, alla presenza di sacerdoti provenienti da tutto il mondo, che rinnoveranno la fedeltà a Cristo e il vincolo di fraternità.


I sacerdoti si impegnino, con preghiere e buone opere, per ottenere dal Sommo ed Eterno Sacerdote Cristo la grazia di risplendere con la Fede, la Speranza, la Carità e le altre virtù, e mostrino con la condotta di vita, ma anche con l’aspetto esteriore, di essere pienamente dediti al bene spirituale del popolo; ciò che sopra ogni altra cosa la Chiesa ha sempre tenuto a cuore.


Per conseguire al meglio il fine desiderato, gioverà molto il dono delle Sacre Indulgenze, che la Penitenzieria Apostolica, con il presente Decreto emesso in conformità al volere dell’Augusto Pontefice, benignamente elargisce durante l’Anno Sacerdotale:


A - Ai sacerdoti veramente pentiti, che in qualsiasi giorno devotamente reciteranno almeno le Lodi mattutine o i Vespri davanti al SS.mo Sacramento, esposto alla pubblica adorazione o riposto nel tabernacolo, e, sull’esempio di San Giovanni Maria Vianney, si offriranno con animo pronto e generoso alla celebrazione dei sacramenti, soprattutto della Confessione, viene impartita misericordiosamente in Dio l’Indulgenza plenaria, che potranno anche applicare ai confratelli defunti a modo di suffragio, se, in conformità alle disposizioni vigenti, si accosteranno alla confessione sacramentale e al Convivio eucaristico, e se pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice.


Ai sacerdoti viene inoltre concessa l’Indulgenza parziale, anche applicabile ai confratelli defunti, ogni qual volta reciteranno devotamente preghiere debitamente approvate per condurre una vita santa e per adempiere santamente agli uffici a loro affidati.


B - A tutti i fedeli veramente pentiti che, in chiesa o in oratorio, assisteranno devotamente al divino Sacrificio della Messa e offriranno, per i sacerdoti della Chiesa, preghiere a Gesù Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, e qualsiasi opera buona compiuta in quel giorno, affinchè li santifichi e li plasmi secondo il Suo Cuore, è concessa l’Indulgenza plenaria, purchè abbiano espiato i propri peccati con la penitenza sacramentale ed innalzato preghiere secondo l’intenzione del Sommo Pontefice: nei giorni in cui si apre e si chiude l’Anno Sacerdotale, nel giorno del 150° anniversario del pio transito di San Giovanni Maria Vianney, nel primo giovedì del mese o in qualche altro giorno stabilito dagli Ordinari dei luoghi per l’utilità dei fedeli.


Sarà molto opportuno che, nelle chiese cattedrali e parrocchiali, siano gli stessi sacerdoti preposti alla cura pastorale a dirigere pubblicamente questi esercizi di pietà, celebrare la Santa Messa e confessare i fedeli.


Agli anziani, ai malati, e a tutti quelli che per legittimi motivi non possano uscire di casa, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato e con l’intenzione di adempiere, non appena possibile, le tre solite condizioni, nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene, verrà ugualmente elargita l’Indulgenza plenaria se, nei giorni sopra determinati, reciteranno preghiere per la santificazione dei sacerdoti, e offriranno con fiducia a Dio per mezzo di Maria, Regina degli Apostoli, le malattie e i disagi della loro vita.


È concessa, infine, l’Indulgenza parziale a tutti i fedeli ogni qual volta reciteranno devotamente cinque Padre Nostro, Ave Maria e Gloria, o altra preghiera appositamente approvata, in onore del Sacratissimo Cuore di Gesù, per ottenere che i sacerdoti si conservino in purezza e santità di vita.


Il presente Decreto è valido per tutta la durata dell’Anno Sacerdotale. Nonostante qualsiasi disposizione contraria.


Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 25 aprile, festa di S. Marco Evangelista, anno dell’Incarnazione del Signore 2009.


James Francis Card. Stafford

Penitenziere Maggiore


+ Gianfranco Girotti, O. F. M. Conv.

Vesc. Tit. di Meta, Reggente

lunedì 29 giugno 2009

Donaci il tuo conforto

Donaci il tuo conforto

Vergine Santa, Madre dei cristiani, amaci intensamente;
ora più che mai abbiamo davvero bisogno.
La terra, che tu stessa hai conosciuto,
è piena di angosciosi problemi.
Proteggi coloro che, turbati dalle difficoltà
o avviliti dalla sofferenza, sono presi
dalla sfiducia e dalla disperazione.
A coloro, a cui tutto va male, dona conforto;
suscita in loro la nostalgia di Dio e la fede
nel suo infinito potere di soccorso.
Consola coloro, a cui la morte
o l'incomprensione ha strappato gli ultimi amici
e si sentono terribilmente soli.
Abbi pietà delle mamme che piangono
i loro bambini perduti o ribelli o infelici.
Ricordati dei genitori che non hanno lavoro
e sono nell'impossibilità di dare pane
e serenità alla propria famiglia.
Che la loro umiliazione non li abbatta.
Dona loro coraggio e tenacia nel riprendere
giorno per giorno il cammino della propria vita,
nell'attesa di giorni migliori.
Ama coloro a cui Dio ha donato bellezza,
beni e forti sentimenti, perchè non sciupino
questi doni in cose inutili e vane,
ma con essi facciano felici coloro
che ne sono sprovvisti.
Ama finalmente coloro che non ci amano più.
Maria, Regina del mondo, madre di tutti noi,
Vergine riparatrice di tante umane ingratitudini,
donaci speranza, pace e amore. Così sia.

Ave Maria!

domenica 28 giugno 2009

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

Solennità dei Santi Pietro e Paolo PDF Stampa E-mail
29 giugno 2009

abbraccio-pietro-paolo La solennità odierna è antichissima: è stata inserita nel Santorale romano molto prima di quella di Natale. Nei secolo IV si celebravano già tre messe: una in san Pietro in Vaticano, l’altra in san Paolo fuori le mura, la terza alle catacombe di san Sebastiano dove furono probabilmente nascosti per un certo tempo, all’epoca delle invasioni, i corpi dei due apostoli.

Colletta
O Dio, che allieti la tua Chiesa con la solennità dei santi Pietro e Paolo, fa’ che la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli apostoli dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
oppure
Signore Dio nostro, che nella predicazione dei santi apostoli Pietro e Paolo hai dato alla Chiesa le primizie della fede cristiana, per loro intercessione vieni in nostro aiuto e guidaci nel cammino della salvezza eterna.

Prima lettura
At 12,1-11
Ora sono veramente certo che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode.

Dagli Atti degli Apostoli
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli azzimi. Fattolo catturare, lo gettò in prigione, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.
Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui. E in quella notte, quando poi Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere.
Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: "Àlzati, in fretta!". E le catene gli caddero dalle mani. E l'angelo a lui: "Mettiti la cintura e legati i sandali". E così fece. L'angelo disse: "Avvolgiti il mantello, e seguimi!". Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell'angelo: credeva infatti di avere una visione.
Essi oltrepassarono la prima guardia e la seconda e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città: la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l'angelo si dileguò da lui.
Pietro allora, rientrato in sé, disse: "Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si attendeva il popolo dei Giudei".

Parola di Dio


Salmo responsoriale
Sal 33

Benedetto il Signore che libera i suoi amici.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino.


Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato.


Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce.


L'angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l'uomo che in lui si rifugia.


Seconda lettura
2Tm 4,6-8.17-18
Ora per me è pronta la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo
Carissimo, quanto a me, il mio sangue sta ormai per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Parola di Dio


Acclamazione al Vangelo (Mt 16,18)
Alleluia, alleluia.
Tu sei Pietro, e su questa pietra
edificherò la mia Chiesa
e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
Alleluia.


Vangelo
Mt 16,13-19
Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli.

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti".
Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".

Parola del Signore

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Commento

"E voi chi dite che io sia?"

Questa solennità ci provoca con una domanda personale: "E voi chi dite che io sia?".
Una è la domanda ma due le professioni dell'unica fede: io credo che tu sia Il Figlio del Dio vivente e credo in Pietro tuo servo che hai posto come custode e pastore del tuo gregge.

Non è possibile infatti dire "io credo in Te, Gesù" senza credere anche in Pietro.
Chi divide Cristo da Pietro compie un'operazione meschina, satanica, anti evangelica, stupida, infantile, e, tutto sommato, oramai datata. Ma si sa il peccato è noiosamente ripetitivo.

Inutile dirsi cattolici.
Chi non ama Pietro e la sua funzione pastorale non è cattolico e neanche cristiano.
Chi dice di amare Cristo ma rifiuta Pietro rifiuta Cristo.
Chi dice di amare Cristo ma non ascolta Pietro, non ascolta Cristo.
Chi dice di amare Cristo ma non darebbe la vita per Pietro non darebbe la vita per Gesù.
Pietro è il Papa.

Non solo. Pietro è anche segno dell'unità della Chiesa che guida il gregge.
Pertanto è comodo è stolto dire di ascoltare il Papa e non ascoltare il proprio Vescovo, nelle cose che riguardano Dio e nella vita pastorale della Diocesi.
E' da stolti dire di rispettare e onorare Pietro e non leggere e applicare, con la fatica dell'incarnazione, la dottrina sociale della Chiesa.
E' da folli dire di seguire la scrittura e negare la tradizione e il magistero.
Questo diciamo non per una sorta di "patentino" per cattolici ma per ribadire che chi si proclama cattolico, liberamente e responsabilmente, dice questo e non altro. Chi si dice cattolico opera una professio fidei ben precisa; non è bene ingannarsi né ingannare.

Infatti il peccato ci allontana da Dio ma l'eresia, il disamore alla Chiesa e a Pietro ci uccide allo stesso modo.
Chi vive e parla nel dissenso non aiuta né sé medesimo né i fratelli e compie un peccato peggiore di ogni peccato perché distacca i fratelli da Cristo distorcendo l'immagine di Pietro nei propri discorsi e nel cuore dei fratelli.
Magari si presenta in veste da "agnello" ma è un ladro e un brigante perché ruba le anime per sé e le trascina nell'errore.
Con la scusa del pauperismo e di "legami affettivi" trascine le anime nel baratro. Magari in buona fede.
Non basta infatti essere di indole buona e accogliente occorre piuttosto essere fermi nella dottrina, nel senso di Chiesa.
Occorre essere evangelizzati nel senso di Chiesa e questo lo si impara solo in ginocchio davanti a Pietro e al Magistero, non davanti alle proprie idee e/o intuizioni.
Ribadiamo che il primo carisma è la rinuncia ad ogni carisma. Comprendere radicalmente che tutto è dono.

Pietro è anche segno dell'unità dei credenti in Cristo.
Come amare Pietro che sta lontano se non ami il fratello (scomodo) che hai vicino?
Come amare Pietro senza lottare in verità e carità per la causa ecumenica?

Se è vero che Pietro ha da Cristo la potestà di legare e sciogliere... è la tua fede in Cristo e nella Chiesa, nei fatti e nella verità, che scioglie l'anticlericalismo e l'anticattolicesimo che porti nel cuore.
Quell'anticattolicesimo strisciante che ti fa essere magari buonista e non autentico, leale. Libero.
Che ti fa essere accomodante e non umile.
Che ti fa essere conservatore ma non maturare l'appartenenza.
Quell'anticlericalismo che contrastando presunti abusi di qualcuno ti fa gettare Pietro, Vescovi e sacerdoti via dalla finestra... e con essi, così facendo, getti Gesù via dalla tua vita.

Se dici di essere cattolico. Beh, si veda. Con discrezione ma con fermezza.
Sii orgoglioso di essere nato cattolico e sii fiero di avere la grazia di esserlo, magari con fatica, ogni giorno.
E reputa questo un dono e non una proprietà.

Se dici di amare Cristo fai tacere il dissenso e fai germogliare l'appartenenza.
Solo allora potrai veramente essere fecondo e critico, se necessario, perchè ciò che ti anima è sia l'amore e sia la risposta che dai, ogni giorno, alla domanda di Gesù: "E tu chi dici che Io sia?"

Chiedi al Signore umilmente che tu possa incontrarlo sovente sulla via di Damasco perché tu possa conoscerlo sempre più e smettere realmente di perseguitare i tuoi fratelli.
Quali fratelli perseguiti, tu mi dici?
In certo qual modo tutti quelli che incontrandoti non hanno riconosciuto in te un Figlio di Dio, uno sposo di Cristo e un cattolico gioioso.

Paul


Secondo commento

"tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa"

"Per capire l'azione e insieme la bellezza della narrazione del Vangelo, bisogna considerare il suo sfondo geografico. Cesarea di Filippo si estendeva ai piedi del monte Ermon. Una delle grotte era dedicata al dio Pan e alle ninfe. Sulla sommità di una rupe, Erode aveva fatto costruire un tempio in onore di Cesare Augusto, mentre Filippo, suo figlio, aveva ingrandito questa località dandole il nome di Cesarea. Venerare un idolo e un uomo dagli Ebrei era considerato un'opera satanica, e perciò la grotta era considerata l'ingresso del regno di Satana: l'inferno. Ci si aspettava che, un giorno o l'altro, gli abissi infernali scuotessero questa rupe e inghiottissero il tempio sacrilego. In questo luogo spaventoso, si svolse un dialogo fra Gesù, il Figlio del Dio vivente, e Simone, il figlio di Giona. Gesù parla di un'altra pietra sulla quale edificherà un altro tempio, la Chiesa di Dio. Nessuna potenza infernale potrà mai prevalere su di essa. Simone, in quanto responsabile e guardiano, ne riceve le chiavi, e così il potere di legare e di sciogliere, cioè l'autorità dell'insegnamento e il governo della Chiesa. Grazie a ciò, Simone ne è diventato la pietra visibile, che assicura alla Chiesa ordine, unità e forza. La Chiesa non potrà essere vinta né da Satana né dalla morte, poiché Cristo vive ed opera in essa. Ogni papa è il Pietro della propria epoca." (da http://www.lachiesa.it/liturgia )

Dunque con la Parola di Gesù, parola creatrice e ri-creatrice, si crea il legame nuovo tra Cielo e terra, sancito nella persona di Gesù stesso, vero Dio e vero uomo, legame proseguito per "mandato" in Pietro.
Infatti ogni papa non solo è Pietro ma è il segno, l'alter Christus, oggettivo e reale, al di la dei propri personali limiti, difetti e peccati, della sintesi ineludibile dell'incarnazione.
Certamente non esaurisce questa sintesi e l'orizzonte della grazia di Cristo ma la sancisce come punto di continuità ineludibile con Cristo Gesù stesso.
Occorre dunque guardare al papa con occhi di fede e non con occhi della carne.

Gli occhi della carne, cioè intrisi di carnalità, gelosia, disordine, impurità, superbia, relativismo, sono incapaci di guardare questa realtà che è reale e presente in ogni "papa e Pietro" da Pietro a papa Benedetto XVI.
Pertanto ogni volta che si dissocia questa continuità, questa realtà, non solo si compie peccato ma ci si inquina l'occhio e non si incontra Cristo e, paradossalmente, si sta mancando di fede.
Grottesco come i propagatori della "sola fede" siano stati senza fede.

Non senza fede nel papa o nella struttura gerarchica della Chiesa ma senza fede in Cristo Gesù unico mediatore del Padre, potenza di Dio e sapienza di Dio. Unico Signore e Salvatore.
Eppure è così. E' il grando inganno che satana, il perdente, compie nel cuore dell'uomo: staccarlo da Pietro e quindi da Cristo.

La solennità di oggi, dunque ci ricorda sia questa realtà fondante sia la realtà che però attraversa ogni battezzato che, come San Paolo, è chiamato anche lui ad essere, nella propria misura e nell'ordine della grazia, un alter Christus.
Ogni battezzato è chiamato a sancire questo legame con Cristo per Pietro e, ogni battezzato, è chiamato a difendere, in maniera opportuna e inopportuna, questa verità: solo Cristo è Signore, salvatore e mediatore tra l'umanità e il Padre; solo la Chiesa ti fa incontrare Cristo e/o ti conferma nella fede.
Al di fuori non c'è salvezza.
Solo la Chiesa, la Chiesa Cattolica, ti fa incontrare compiutamente e perfettamente il volto del Padre in Cristo.
Poiché questo legame con Pietro ti è fondamentale e indispensabile e ti viene chiesto, nello Spirito Santo, di non spezzarlo mai né in te, né nei fratelli e di difenderlo con la Passione e l'amore di Paolo.
Questa apologetica fondante ti valga più di ogni opera spirituale e di ogni penitenza o di ogni tua intuizione nello Spirito (ammesso che sia tale).
Non deviare né da un lato né dall'altro, ma fissa lo sguardo su Cristo per Pietro e con la passione di Paolo.

Zammeru

Ultimo aggiornamento ( sabato 27 giugno 2009 )
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venerdì 26 giugno 2009

La valigia con lo spago


EUROPA/ITALIA

“La valigia con lo spago”, parola ai Migranti
Roma (Agenzia Fides) - In onda su Rai Uno, a partire da lunedì 29 giugno
in seconda serata per quattro settimane, “La valigia con lo spago” apre una
finestra nuova sull’universo dei migranti, facendo raccontare dalla loro
viva voce cosa significa l’esperienza della speranza, trasformata spesso in
sofferenza e dolore. Nel corso delle quattro puntate, “La valigia con lo
spago”, ci conduce in tutto il mondo, in Argentina, Moldavia, Slovacchia,
Francia, Inghilterra, Spagna, Italia, Stati Uniti, Canada, Thailandia,
dove
il dramma dei migranti è differente, ma profondamente uguale ed umano, e
dove il nostro unico compito di cittadini, telespettatori, cristiani è
quello di riconoscere, guardare, ed abbracciare, come noi siamo stati
abbracciati nell’incontro con la fede che determina la nostra vita.

Si passa in America, in cui il sogno americano non esiste più, nonostante
ogni anno migliaia di persone cerchino di varcare il deserto tra Messico e
Stati Uniti; ed in questo viaggio trovano, per la maggior parte, la morte.
Come Lucrezia, che ha dato la poca acqua da bere ai suoi figli, Jesus e
Nora, e li ha salvati dalla morte che, invece, ha colpito lei. Il sogno è
infranto: si vive da clandestini, in un paese per cui si è fatto molto,
dove
l’immigrazione e le violenze sono state viste troppo da vicino.

In Moldavia il problema più grande è il numero di bambini abbandonati,
circa 900 mila all’anno, da genitori che partono in cerca di fortuna, e che non
tornano, o a causa della vergogna, o perché vittime della criminalità.
Soprattutto le donne, di ogni paese, purché giovani e belle, sono soggette
alla macchia della tratta, meschinità perpetrata soprattutto a sfondo
sessuale. “La valigia con lo spago” ci aiuta anche a liberarci di alcune
convinzioni che la mentalità comune ha reso troppo ingombranti, nelle
nostre
menti, per esempio, tutti i falsi miti che riguardano i rom: incontriamo,
fra gli altri migranti protagonisti del programma, una giovane donna,
fuggita dalla famiglia rom, che racconta un dramma comprensibile a pochi:
“Nessuna di noi nasce ladra o prostituta, sono loro a piegarci con la
violenza”. La violenza fin dentro la famiglia, la delinquenza non è un
problema di struttura, ma di educazione.

In un mondo di sofferenze e difficoltà, tanti sono i raggi che la speranza e
la carità cristiana emanano: la missione di Fratel Biagio Conte a Palermo,
come quella di Padre Josaphat, missionario tra gli zingari, la Caritas di
Cuenca in Spagna; esempi di come la diversità non sia per forza un male
incurabile, ma possa divenire ricchezza nello scambio reciproco, nella
carità, nella gratuità, nella condivisione. Non più ciechi, quindi, ma
collaboratori della pace, della giustizia, della solidarietà e
dell’uguaglianza. A noi spetta riconoscere nel migrante il volto stesso di
Gesù, migrante anche Lui, durante la fuga in Egitto; la sua vita è stata una
costante ricerca ed affermazione della dignità umana.

Questa la ragione profonda de “La valigia dello spago”; ed in questa
avventura la guida è rappresentata dalle parole di Benedetto XVI, quando era
ancora Cardinale: “ La comprensione per le persone ai margini della
società,
ai margini della Chiesa, per i falliti ed i sofferenti, per coloro che
porgono delle domande, per gli scoraggiati e gli abbandonati, così da
infondere fiducia e di suscitare la volontà di sostenersi vicendevolmente, è
il vero nocciolo della moralità cristiana.” I testi e la regia de “La
valigia con lo spago” sono di Luca De Mata.. La colonna sonora de “La
valigia con lo spago” è del giovanissimo autore Aurelio Canonici. (Agenzia
Fides 26/6/2009; righe 40, parole 588)
Il sito de “La valigia con lo spago”

http://www.lavaligiaconlospago.tv

giovedì 18 giugno 2009

Il Cuore di Gesù, pace dei cristiani


Il cuore di Gesù, pace dei cristiani




1. Dio Padre si è degnato di concederci, nel cuore di suo Figlio, infinitos dilectionis thesauros, tesori inesauribili di amore, di misericordia, di tenerezza. Per convincerci dell'evidenza dell'amor di Dio — che non solo ascolta le nostre preghiere, ma le previene — basta seguire il ragionamento di san Paolo: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?”(Rm 8, 32)

La grazia rinnova l'uomo dall'interno e lo converte, da peccatore e ribelle, in servo buono e fedele. E fonte di ogni grazia è l'amore che Dio nutre per noi e che Egli stesso ci ha rivelato, non soltanto con le parole, ma con i fatti. L'amore divino fa sì che la seconda persona della Santissima Trinità, il Verbo Figlio di Dio Padre, prenda la nostra carne, e cioè la nostra condizione umana, eccetto il peccato. E il Verbo, Parola di Dio, è Verbum spirans amorem, la parola dalla quale procede l'Amore.

L'amore ci si rivela nell'Incarnazione, nel cammino redentore di Gesù Cristo sulla nostra terra, fino al sacrificio supremo della Croce. E, sulla Croce, si manifesta con un nuovo segno: “Uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 34). Acqua e sangue di Gesù che ci parlano di una donazione realizzata sino in fondo, sino al consummatum est: tutto è compiuto (Gv 19, 30), per amore.

Nella festa di oggi, considerando ancora una volta i misteri centrali della nostra fede, ci meravigliamo del modo in cui le realtà più profonde — l'amore di Dio Padre che dona il Figlio, e l'amore del Figlio che cammina sereno verso il Calvario — si traducano in gesti così alla portata degli uomini. Dio non si rivolge a noi in atteggiamento di potenza e di dominio; viene a noi “assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2, 7).

Gesù non si mostra mai lontano o altezzoso anche se nei suoi anni di predicazione lo vediamo a volte indignato e addolorato per la malvagità degli uomini. Ma, se facciamo attenzione, vediamo subito che il suo sdegno e la sua ira nascono dall'amore: sono un ulteriore invito a uscire dall'infedeltà e dal peccato. “Forse che io ho piacere della morte del malvagio — dice il Signore Dio — o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?”(Ez 18, 23).

Queste parole ci spiegano tutta la vita di Cristo e ci fanno comprendere perché si è presentato a noi con un cuore di carne, con un cuore come il nostro, sicura prova di amore e testimonianza costante del mistero inenarrabile della carità divina.

Conoscere il cuore di Cristo
2. Non posso fare a meno di confidarvi una cosa che mi fa soffrire e mi spinge ad agire: pensare agli uomini che ancora non conoscono Cristo, che non riescono ancora a intuire la profondità del tesoro che ci attende nel Cielo, e che camminano sulla terra come ciechi, inseguendo una gioia della quale ignorano il vero volto o perdendosi per strade che li allontanano dall'autentica felicità. Capisco bene ciò che l'apostolo Paolo dovette provare quella notte nella città di Troade, quando in sogno ebbe una visione: “Gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: « Passa in Macedonia e aiutaci! ». Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo — Paolo e Timoteo — di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunciarvi la parola del Signore” (At 16, 9-10).

Non sentite anche voi che Dio ci chiama, che ci urge, per mezzo di tutto ciò che accade attorno a noi, a proclamare la buona novella della venuta di Gesù? Ma, a volte, noi cristiani rimpiccioliamo la nostra vocazione, cadiamo nella superficialità, perdiamo il tempo in dispute e contese. O, peggio ancora, non manca chi si scandalizza falsamente per il modo in cui alcuni vivono certi aspetti della fede o determinate devozioni e, invece di aprir nuove strade sforzandosi essi stessi di viverle nella maniera che ritengono retta, si dedicano a criticare e a distruggere. Certamente possono verificarsi, e di fatto si verificano, delle manchevolezze nella vita dei cristiani. Ma ciò che importa non siamo noi con le nostre miserie: l'unica cosa che conta è Lui, Gesù. È di Cristo che dobbiamo parlare, non di noi stessi.

Queste riflessioni mi vengono suggerite da alcune voci intorno a una supposta "crisi" della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Tale crisi non esiste; la vera devozione è stata ed è tuttora un atteggiamento vivo, pieno di senso umano e di senso soprannaturale. I suoi frutti sono, ieri come oggi, frutti saporosi di conversione e di donazione, di compimento della volontà di Dio, di penetrazione amorosa dei misteri della Redenzione.

Cosa ben diversa sono invece le manifestazioni di certo sentimentalismo inefficace, carente di dottrina e impastato di pietismo. Nemmeno a me piacciono quelle immagini leccate, quelle figure del Sacro Cuore che non possono ispirare alcuna devozione a persone dotate di buon senso umano e soprannaturale. Ma non si dà prova di correttezza logica quando si trasformano certi abusi pratici, destinati a estinguersi da soli, in problemi dottrinali e teologici.

Se crisi c'è, è quella del cuore degli uomini, che non riescono — per miopia, per egoismo, per ristrettezza di orizzonti — a intravvedere l'insondabile amore di Cristo nostro Signore. La liturgia con cui la Santa Chiesa celebra, fin dalla sua istituzione, la festa del Sacro Cuore, ha sempre offerto l'alimento della vera pietà raccogliendo come lettura della Messa un testo di san Paolo che ci propone tutto un programma di vita contemplativa — conoscenza e amore, orazione e vita — che si fonda proprio sulla devozione al Cuore di Gesù. Dio stesso, per bocca dell'Apostolo, ci invita a percorrere questo cammino: “Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 17-19).

La pienezza di Dio ci viene rivelata e ci viene data in Cristo, nell'amore di Cristo, nel Cuore di Cristo. Perché è il cuore di Colui nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2, 9). Ma quando si perde di vista questo grande disegno divino — la corrente d'amore instaurata nel mondo con l'Incarnazione, la Redenzione e la Pentecoste — non si potrà mai comprendere tutta la ricchezza del Cuore del Signore.

La vera devozione al Sacro Cuore
3. Prestiamo attenzione al significato profondo racchiuso in queste parole: Sacro Cuore di Gesù. Quando parliamo del cuore umano non ci riferiamo solo ai sentimenti, ma alludiamo a tutta la persona che vuol bene, che ama e frequenta gli altri. Nel modo umano di esprimerci, il modo raccolto dalle Sacre Scritture perché potessimo intendere le cose divine, il cuore è considerato come il compendio e la fonte, l'espressione e la radice ultima dei pensieri, delle parole e delle azioni. Un uomo, per dirla nel nostro linguaggio, vale ciò che vale il suo cuore.

Al cuore appartengono: la gioia — “gioisca il mio cuore nella tua salvezza” (Sal 12, 6); il pentimento — “il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere” (Sal 21, 15), la lode a Dio — “effonde il mio cuore liete parole” (Sal 44, 2); la decisione di ascoltare il Signore — “saldo è il mio cuore” (Sal 56, 8); la veglia amorosa — “io dormo, ma il mio cuore veglia” (Ct 5, 2); e anche il dubbio e il timore — “non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in me” (Gv 14, 1).

Il cuore non si limita a sentire: sa e capisce. La legge di Dio si riceve nel cuore e in esso rimane scritta. La Scrittura aggiunge ancora: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12, 34). Il Signore apostrofa gli scribi: “Perché mai pensate cose malvagie nei vostri cuori?” (Mt 9, 4). E, come sintesi dei peccati che l'uomo può commettere, Gesù dice: “Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15, 19).

Quando la Sacra Scrittura parla del cuore, non intende un sentimento passeggero che porta all'emozione o alle lacrime. Parla del cuore — come testimonia lo stesso Gesù — per riferirsi alla persona che si rivolge tutta, anima e corpo, a ciò che considera il suo bene: “Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore (Mt 6, 21).

Ecco pertanto che, considerando il Cuore di Gesù, scopriamo la certezza dell'amore di Dio e la verità del suo donarsi a noi. Nel raccomandare la devozione al Sacro Cuore, non facciamo che raccomandare di orientare integralmente noi stessi, con tutto il nostro essere — la nostra anima, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, le nostre fatiche e le nostre gioie — a Gesù tutto intero.

La vera devozione al Cuore di Gesù consiste in questo: conoscere Dio e conoscere noi stessi, guardare a Gesù e ricorrere a Lui che ci esorta, ci istruisce, ci guida. In questa devozione non si dà altra superficialità che quella dell'uomo che, non essendo interamente umano, non riesce a cogliere la realtà del Dio incarnato.


4. Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall'amore per gli uomini, è una risposta eloquente — le parole sono superflue — alla domanda sul valore delle cose e delle persone. Gli uomini, la loro vita e la loro felicità, valgono tanto che lo stesso Figlio di Dio si dona loro per redimerli, purificarli, elevarli. “Chi non amerà quel Cuore così ferito?” si domandava un'anima contemplativa, davanti a questo spettacolo. E continuava: “Chi non ricambierà amore per amore? Chi non abbraccerà un Cuore così puro? Noi, che siamo di carne, pagheremo amore con amore, abbracceremo il nostro ferito, al quale gli empi hanno trapassato mani e piedi, il costato e il Cuore. Chiediamogli che si degni di legare il nostro cuore con il vincolo del suo amore e di ferirlo con la lancia, perché è ancora duro e impenitente” (San Bonaventura, Vitis mystica, 3, 11 – PL 184, 643).

Sono pensieri, affetti, espressioni che da sempre le anime innamorate hanno rivolto a Gesù. Ma per intendere questo linguaggio, per capire veramente il cuore umano, il Cuore di Cristo e l'amore di Dio, occorrono fede e umiltà. Frutto di fede e di umiltà sono le parole universalmente famose che Sant'Agostino ci ha lasciato: “Ci hai creato, Signore, per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant'Agostino, Confessiones, 1, 1, 1 – PL 32, 661).

Quando si trascura l'umiltà, l'uomo pretende di appropriarsi di Dio, e non nella maniera divina che Cristo ha reso possibile dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo” (Cfr 1 Cor 11, 24); bensì cercando di ridurre la grandezza divina ai limiti umani. La ragione umana, la ragione fredda e cieca che non è l'intelligenza che procede dalla fede, e nemmeno la retta intelligenza di chi sa gustare e amare le cose, si trasforma nell'insensatezza di chi sottomette ogni cosa alle sue povere esperienze banali, quelle che rimpiccioliscono la verità sovrumana e ricoprono il cuore di una crosta insensibile alle mozioni dello Spirito Santo. La nostra povera intelligenza si smarrirebbe se non ci venisse incontro il potere misericordioso di Dio che rompe le frontiere della nostra miseria: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36, 26). E l'anima ritrova la luce, si riempie di gioia, davanti alle promesse della Sacra Scrittura.

“Io ho progetti di pace e non di sventura” (Ger 29, 11), dice il Signore per bocca del profeta Geremia. La liturgia applica queste parole a Gesù, perché in Lui si manifesta pienamente in che modo Dio ci ama. Non viene a condannarci, a rinfacciarci la nostra indigenza, la nostra meschinità: viene a salvarci, a perdonarci, a scusare le nostre colpe, a portarci la pace e la gioia. Se riconosciamo il rapporto meraviglioso del Signore con i suoi figli, i nostri cuori cambieranno, e ci renderemo conto che davanti ai nostri occhi si apre un panorama del tutto nuovo, ricco di rilievo, di profondità, di luce.

Portare agli altri l'amore di Cristo
5. Badate però che Dio non dice: al posto del cuore vi darò la volontà di un puro spirito. No: ci dà un cuore, un cuore di carne come quello di Cristo. Io non ho un cuore per amare Dio, e un altro per amare le persone della terra. Con il cuore con cui ho amato i miei genitori e amo i miei amici, con questo stesso cuore amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima. Non mi stancherò di ripetere che dobbiamo essere molto umani; perché altrimenti non potremmo neppure essere divini.

L'amore umano, l'amore di quaggiù, quando è vero, ci aiuta ad assaporare l'amore divino. Pregustiamo in tal modo l'amore con cui godremo Dio e quello che intercorrerà fra di noi in Cielo, quando il Signore sarà tutto in tutti (1 Cor 15, 28). Questo incominciare a intendere l'amore divino, ci spingerà a essere più comprensivi, più generosi, più donati.

Dobbiamo dare quello che riceviamo, insegnare ciò che impariamo, partecipare agli altri — senza montare in cattedra, con semplicità — la nostra conoscenza dell'amore di Cristo. Ciascuno di noi, nel realizzare il proprio lavoro, nell'esercitare la propria professione nella società, può e deve convertire la sua occupazione in un compito di servizio. Il lavoro ben fatto, che progredisce e fa progredire, che tiene conto dello sviluppo della cultura e della tecnica, svolge una grande funzione, sempre utile a tutta l'umanità, se a muoverci è la generosità e non l'egoismo, il desiderio del bene comune e non il proprio tornaconto: se è pieno del senso cristiano della vita.

Quel lavoro è l'occasione per manifestare, nella stessa trama delle relazioni umane, la carità di Cristo e i suoi frutti concreti di amicizia, di comprensione, di calore umano, di pace. Come Cristo passò facendo il bene lungo le vie della Palestina, così anche voi, negli itinerari umani della famiglia, della società civile, delle relazioni professionali quotidiane, della cultura e del riposo, dovete compiere una grande semina di pace. Sarà questa la prova migliore che il regno di Dio è giunto al vostro cuore: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita — scrive l'apostolo Giovanni — perché amiamo i nostri fratelli”(1 Gv 3, 14).

Questo amore però lo si vive solo se ci si forma alla scuola del Cuore di Gesù. È necessario guardare e contemplare il Cuore di Cristo, perché il nostro cuore si liberi dall'odio e dall'indifferenza; solo allora sapremo reagire in modo cristiano davanti alle sofferenze altrui, davanti al dolore.

Pensate alla scena narrata da san Luca, quando Gesù giunge presso la città di Nain. Gesù vede il dolore di quelle persone con cui si imbatte per caso. Poteva passare al largo, o aspettare che lo pregassero. Invece non se ne va né attende una richiesta. Prende l'iniziativa, mosso dall'afflizione di una vedova che aveva perduto tutto ciò che le restava, suo figlio.

L'evangelista precisa che Gesù provò compassione: forse si sarà commosso anche esteriormente, come per la morte di Lazzaro. Gesù Cristo non era, non è, insensibile alla sofferenza che nasce dall'amore, né gode di separare i figli dai genitori: vince la morte per dare la vita, affinché coloro che si amano siano vicini, pur esigendo anzitutto e sempre la preminenza dell'Amore divino che deve informare ogni esistenza autenticamente cristiana.

Gesù sa di essere circondato da una folla che rimarrà stupefatta davanti al miracolo e che ne proclamerà la notizia per tutta la regione. Ma il Signore non compie un gesto studiato: si sente davvero toccato dalla sofferenza di quella donna, e non può fare a meno di consolarla. Infatti le si avvicina e le dice: “Non piangere!” (Lc 7, 13). Come per farle capire: non voglio vederti in lacrime, perché io sono venuto a portare sulla terra la gioia e la pace. Ed ecco il miracolo, manifestazione della potenza di Cristo Dio. Ma prima venne la commozione della sua anima, manifestazione evidente della tenerezza del cuore di Cristo Uomo.

6. Se non impariamo da Gesù, non sapremo mai amare. Se pensassimo, come alcuni, che conservare un cuore pulito, degno di Dio, significa non immischiarlo, non contaminarlo con affetti umani, la conseguenza logica sarebbe quella di renderci insensibili al dolore degli altri. Saremmo allora capaci soltanto di una carità ufficiale, arida, senz'anima, ma non della vera carità di Cristo, che è affetto e calore umano. Con questo, non intendo avallare false teorie, tristi scuse per sviare i cuori, allontanandoli da Dio, e indurli in occasioni di perdizione.

Nella festa odierna dobbiamo chiedere al Signore di concederci un cuore buono, capace di commuoversi per il dolore delle creature, capace di comprendere che, per lenire le pene che accompagnano e non poche volte angustiano gli animi su questa terra, il vero balsamo è l'amore, la carità: ogni altra consolazione serve al più per distrarre un momento, lasciando dietro a sé amarezza e sconforto.

Per aiutare veramente gli altri, dobbiamo amarli di un amore di comprensione e di donazione, pieno di affetto e di consapevole umiltà. Il Signore, infatti, volle riassumere tutta la Legge in quel duplice comandamento che in realtà è unico: amare Dio e amare il prossimo, con tutto il nostro cuore.

Forse ora pensate che a volte i cristiani — tu e io, non gli altri — dimenticano le applicazioni più elementari di questo dovere. Forse pensate al permanere di tante ingiustizie, agli abusi non aboliti, alle discriminazioni trasmesse da una generazione all'altra, sempre in attesa che si operi una soluzione radicale.

Non devo, non è mio compito, proporvi le soluzioni pratiche di questi problemi. Però, come sacerdote di Cristo, è mio dovere ricordarvi ciò che dice la Sacra Scrittura. Meditate la scena del giudizio come Gesù stesso la descrive: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito; malato e in carcere e non mi avete visitato”( Mt 25, 41-43).

Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all'altezza dell'amore del Cuore di Cristo. I cristiani — pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo — devono coincidere nel comune desiderio di servire l'umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini.

La pace di Cristo
7. Devo proporvi ancora una considerazione: dobbiamo lottare senza cedimenti per operare il bene, proprio perché sappiamo che è difficile che noi uomini ci decidiamo seriamente a esercitare la giustizia, e perché siamo lontani da una convivenza umana ispirata dall'amore e non dall'odio o dall'indifferenza. Non ignoriamo neppure che, quand'anche si riuscisse a ottenere una ragionevole distribuzione dei beni e un'armonica organizzazione della società, non sparirebbe il dolore della malattia, dell'incomprensione e della solitudine, dell'esperienza dei propri limiti, della morte delle persone care.

Davanti a queste amarezze, solamente il cristiano possiede una risposta autentica, una risposta definitiva, ed è questa: Cristo crocifisso, Dio che soffre e muore, Dio che dona il suo Cuore aperto da una lancia come pegno d'amore per tutti. Nostro Signore detesta le ingiustizie, e condanna chi le commette; ma rispetta la libertà di ogni individuo e permette, pertanto, che ve ne siano. Dio nostro Signore non causa il dolore delle creature, ma lo tollera perché, dal peccato originale in poi, il dolore è parte della condizione umana. Tuttavia, il suo Cuore, pieno d'Amore per gli uomini, lo ha portato a prendere su di sé, con la Croce, tutte le pene umane: la nostra sofferenza, la nostra tristezza, la nostra angoscia, la fame e la sete di giustizia.

L'insegnamento cristiano sul dolore non propone un programma di facili consolazioni. È, in primo luogo, una dottrina di accettazione della sofferenza, la quale di fatto è inseparabile dalla vita di ogni uomo. Non vi nascondo — e lo dico con gioia, perché ho sempre predicato, e cercato di vivere, che dove c'è la Croce, c'è Cristo, c'è l'Amore — che il dolore si è affacciato frequentemente nella mia vita, e più di una volta ho avuto voglia di piangere. Altre volte ho sentito acuirsi la pena di fronte all'ingiustizia e al male. E ho assaporato l'amarezza dell'impotenza quando — nonostante i miei desideri e i miei sforzi — non riuscivo a migliorare situazioni inique.

Quando parlo del dolore, non ne parlo soltanto in teoria. E non mi limito a raccogliere le esperienze altrui quando insisto che, se talvolta di fronte alla realtà della sofferenza sentite la vostra anima vacillare, il rimedio è guardare Cristo. La scena del Calvario proclama a tutti che le tribolazioni vanno santificate vivendo uniti alla Croce.

Le nostre afflizioni, infatti, vissute cristianamente, si trasformano in riparazione e in suffragio, in partecipazione al destino e alla vita di Gesù che, volontariamente, per amore degli uomini, ha sperimentato tutta la gamma del dolore, ha conosciuto ogni sofferenza. Nacque, visse, morì in povertà; fu combattuto, insultato, diffamato, calunniato e condannato ingiustamente; conobbe il tradimento e l'abbandono dei discepoli; assaporò la solitudine e le amarezze del supplizio e della morte. Ora lo stesso Cristo continua a soffrire nelle sue membra, nell'umanità tutta che popola la terra, e della quale egli è il Capo, il Primogenito, il Redentore.

Il dolore fa parte dei piani di Dio: la realtà è questa, benché ci costi capirla. Anche per Gesù, come uomo, fu costoso sopportarla: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42). In questa tensione tra la ripugnanza per il supplizio e l'accettazione della volontà del Padre, Gesù va incontro alla morte serenamente, perdonando coloro che lo crocifiggono.

Questa accettazione soprannaturale del dolore è, al tempo stesso, la massima conquista. Gesù, morendo sulla Croce, ha vinto la morte: Dio suscita dalla morte la vita. Il contegno di un figlio di Dio non è quello di chi si rassegna a una tragica sventura, quanto piuttosto di chi si rallegra pregustando la vittoria. In nome dell'amore vittorioso di Cristo, noi cristiani dobbiamo percorrere tutti i cammini della terra per essere, con le parole e le opere, seminatori di pace e di gioia. Dobbiamo lottare in questa guerra di pace contro il male, l'ingiustizia, il peccato, proclamando che l'attuale condizione umana non è quella definitiva e che l'amore di Dio manifestato nel Cuore di Cristo otterrà il glorioso trionfo spirituale degli uomini.

8. Ricordavamo prima gli avvenimenti di Nain. Ora potremmo citarne altri, perché i Vangeli sono pieni di episodi analoghi. Quelle narrazioni hanno commosso e commuovono sempre il cuore delle creature, perché non propongono soltanto il gesto sincero di un uomo che ha pietà dei suoi simili, ma rivelano anzitutto la carità immensa del Signore. Il Cuore di Gesù è il Cuore del Dio incarnato, dell'Emmanuele, Dio con noi.

La Chiesa, unita a Cristo, nasce da un cuore ferito. Quel Cuore, aperto sulla croce, ci trasmette la vita. Come non ricordare allora, anche solo per un momento, i Sacramenti, attraverso i quali Dio opera in noi e ci fa partecipi della forza redentrice di Cristo? Come non ricordare con particolare gratitudine il sacramento dell'Eucaristia, la nostra Messa, che rinnova in modo incruento il santo Sacrificio del Calvario? Gesù ci si dona come alimento: Gesù, venendo a noi, trasforma tutto e nel nostro essere si manifestano forze — l'aiuto dello Spirito Santo — che riempiono l'anima e informano le nostre azioni, il nostro modo di pensare e di sentire. Il Cuore di Cristo è la pace dei cristiani.

Il fondamento della donazione che il Signore ci chiede non consiste soltanto nei nostri slanci e nelle nostre forze, così spesso deboli o impotenti: consiste innanzitutto nelle grazie che l'amore del Cuore di Dio fatto uomo ci ha ottenute. Pertanto possiamo e dobbiamo perseverare nella nostra vita interiore di figli del Padre nostro che è nei Cieli, senza dar adito alla stanchezza e allo scoraggiamento. Mi piace far considerare che il cristiano è chiamato a esercitare la fede, la speranza e la carità nella sua comune esistenza quotidiana, nelle occasioni più semplici, nelle circostanze abituali della sua giornata; perché è qui che si rivela la condotta di un'anima che riposa in Dio, ed è qui che l'esercizio delle virtù teologali porta la gioia, la forza e la serenità.

Questi sono i frutti della pace di Cristo, la pace che il suo Cuore Sacratissimo ci porta. Perché, ricordiamolo ancora una volta, l'amore di Gesù per gli uomini è un aspetto insondabile del mistero divino, dell'amore del Figlio per il Padre e lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo, il vincolo d'amore tra il Padre e il Figlio, trova nel Verbo un cuore umano.

Non è possibile parlare di queste realtà centrali della nostra fede senza avvertire i limiti della nostra intelligenza e la grandezza della Rivelazione. Ma pur non potendo abbracciare queste verità, pur avvertendo che la nostra ragione resta sbalordita davanti ad esse, umilmente e fermamente le crediamo: fondandoci sulla testimonianza di Cristo, sappiamo che è così; sappiamo che l'Amore, dal seno della Trinità, si effonde su tutti gli uomini per mezzo dell'Amore del Cuore di Gesù.

9. Quando viviamo nel Cuore di Gesù e ci uniamo strettamente a Lui, ci trasformiamo in dimora di Dio. “Chi mi ama” — dice il Signore — “sarà amato dal Padre” ( Gv 14, 21). E allora Cristo e il Padre, nello Spirito Santo, vengono nell'anima e vi stabiliscono la loro dimora.

Quando comprendiamo — anche solo un po' — queste cose, il nostro modo di essere cambia. Abbiamo allora sete di Dio e facciamo nostre le parole del salmo: “Mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua” (Sal 62, 2). E Gesù, che ha acceso i nostri desideri, ci viene incontro e ci dice: “Chi ha sete, venga a me e beva” (Gv 7, 37). Ci offre il suo Cuore, perché sia il nostro riposo e la nostra fortezza. Quando ci decideremo ad accettare la sua chiamata, sperimenteremo che le sue parole sono vere: la nostra fame e la nostra sete aumenteranno fino a desiderare che Dio stabilisca nel nostro cuore il luogo del suo riposo, e che non allontani mai più da noi il suo calore e la sua luce.

Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa voglio se non che arda? (Lc 12, 49 ) Ci siamo avvicinati un po' al fuoco dell'Amore di Dio; lasciamo che la sua forza muova le nostre vite e alimentiamo il desiderio di portare il fuoco divino da un estremo all'altro della terra, facendolo conoscere a chi ci circonda: affinché tutti possano giungere alla pace di Cristo e trovino in essa la felicità. Un cristiano che vive unito al Cuore di Gesù non può avere che questa meta: la pace nella società, la pace nella Chiesa, la pace nella propria anima, la pace di Dio che sarà perfetta quando verrà a noi il suo Regno.

Maria, Regina pacis, regina della pace, tu che avesti fede e credesti che si sarebbe compiuto l'annuncio dell'Angelo, aiutaci a crescere nella fede, a essere saldi nella speranza, profondi nell'Amore. Perché questo vuole da noi tuo Figlio, mostrandoci oggi il suo Sacratissimo Cuore.
Omelia pronunciata il 17 giugno 1966, festa del Sacro Cuore da San Josemaria

Il Santo Rosario del Vaticano...pregate con me!!!







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Esposizione dei misteri

Il Rosario è composto di venti "misteri" (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, in quattro Corone.

La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).

«Questa indicazione non intende tuttavia limitare una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria, a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti» (Rosarium Virginis Mariae, n. 38).

Per aiutare l'itinerario meditativo-contemplativo del Rosario, ad ogni "mistero" sono riportati due testi di riferimento: il primo della Sacra Scrittura, il secondo del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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