lunedì 29 giugno 2009

Donaci il tuo conforto

Donaci il tuo conforto

Vergine Santa, Madre dei cristiani, amaci intensamente;
ora più che mai abbiamo davvero bisogno.
La terra, che tu stessa hai conosciuto,
è piena di angosciosi problemi.
Proteggi coloro che, turbati dalle difficoltà
o avviliti dalla sofferenza, sono presi
dalla sfiducia e dalla disperazione.
A coloro, a cui tutto va male, dona conforto;
suscita in loro la nostalgia di Dio e la fede
nel suo infinito potere di soccorso.
Consola coloro, a cui la morte
o l'incomprensione ha strappato gli ultimi amici
e si sentono terribilmente soli.
Abbi pietà delle mamme che piangono
i loro bambini perduti o ribelli o infelici.
Ricordati dei genitori che non hanno lavoro
e sono nell'impossibilità di dare pane
e serenità alla propria famiglia.
Che la loro umiliazione non li abbatta.
Dona loro coraggio e tenacia nel riprendere
giorno per giorno il cammino della propria vita,
nell'attesa di giorni migliori.
Ama coloro a cui Dio ha donato bellezza,
beni e forti sentimenti, perchè non sciupino
questi doni in cose inutili e vane,
ma con essi facciano felici coloro
che ne sono sprovvisti.
Ama finalmente coloro che non ci amano più.
Maria, Regina del mondo, madre di tutti noi,
Vergine riparatrice di tante umane ingratitudini,
donaci speranza, pace e amore. Così sia.

Ave Maria!

domenica 28 giugno 2009

Solennità dei Santi Pietro e Paolo

Solennità dei Santi Pietro e Paolo PDF Stampa E-mail
29 giugno 2009

abbraccio-pietro-paolo La solennità odierna è antichissima: è stata inserita nel Santorale romano molto prima di quella di Natale. Nei secolo IV si celebravano già tre messe: una in san Pietro in Vaticano, l’altra in san Paolo fuori le mura, la terza alle catacombe di san Sebastiano dove furono probabilmente nascosti per un certo tempo, all’epoca delle invasioni, i corpi dei due apostoli.

Colletta
O Dio, che allieti la tua Chiesa con la solennità dei santi Pietro e Paolo, fa’ che la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli apostoli dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
oppure
Signore Dio nostro, che nella predicazione dei santi apostoli Pietro e Paolo hai dato alla Chiesa le primizie della fede cristiana, per loro intercessione vieni in nostro aiuto e guidaci nel cammino della salvezza eterna.

Prima lettura
At 12,1-11
Ora sono veramente certo che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode.

Dagli Atti degli Apostoli
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa e fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che questo era gradito ai Giudei, decise di arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli azzimi. Fattolo catturare, lo gettò in prigione, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua.
Pietro dunque era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui. E in quella notte, quando poi Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro piantonato da due soldati e legato con due catene stava dormendo, mentre davanti alla porta le sentinelle custodivano il carcere.
Ed ecco gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: "Àlzati, in fretta!". E le catene gli caddero dalle mani. E l'angelo a lui: "Mettiti la cintura e legati i sandali". E così fece. L'angelo disse: "Avvolgiti il mantello, e seguimi!". Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si era ancora accorto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell'angelo: credeva infatti di avere una visione.
Essi oltrepassarono la prima guardia e la seconda e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città: la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l'angelo si dileguò da lui.
Pietro allora, rientrato in sé, disse: "Ora sono veramente certo che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che si attendeva il popolo dei Giudei".

Parola di Dio


Salmo responsoriale
Sal 33

Benedetto il Signore che libera i suoi amici.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino.


Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato.


Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce.


L'angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l'uomo che in lui si rifugia.


Seconda lettura
2Tm 4,6-8.17-18
Ora per me è pronta la corona di giustizia.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo
Carissimo, quanto a me, il mio sangue sta ormai per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Parola di Dio


Acclamazione al Vangelo (Mt 16,18)
Alleluia, alleluia.
Tu sei Pietro, e su questa pietra
edificherò la mia Chiesa
e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
Alleluia.


Vangelo
Mt 16,13-19
Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli.

+ Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: "La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". Risposero: "Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti".
Disse loro: "Voi chi dite che io sia?". Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". E Gesù: "Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".

Parola del Signore

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Commento

"E voi chi dite che io sia?"

Questa solennità ci provoca con una domanda personale: "E voi chi dite che io sia?".
Una è la domanda ma due le professioni dell'unica fede: io credo che tu sia Il Figlio del Dio vivente e credo in Pietro tuo servo che hai posto come custode e pastore del tuo gregge.

Non è possibile infatti dire "io credo in Te, Gesù" senza credere anche in Pietro.
Chi divide Cristo da Pietro compie un'operazione meschina, satanica, anti evangelica, stupida, infantile, e, tutto sommato, oramai datata. Ma si sa il peccato è noiosamente ripetitivo.

Inutile dirsi cattolici.
Chi non ama Pietro e la sua funzione pastorale non è cattolico e neanche cristiano.
Chi dice di amare Cristo ma rifiuta Pietro rifiuta Cristo.
Chi dice di amare Cristo ma non ascolta Pietro, non ascolta Cristo.
Chi dice di amare Cristo ma non darebbe la vita per Pietro non darebbe la vita per Gesù.
Pietro è il Papa.

Non solo. Pietro è anche segno dell'unità della Chiesa che guida il gregge.
Pertanto è comodo è stolto dire di ascoltare il Papa e non ascoltare il proprio Vescovo, nelle cose che riguardano Dio e nella vita pastorale della Diocesi.
E' da stolti dire di rispettare e onorare Pietro e non leggere e applicare, con la fatica dell'incarnazione, la dottrina sociale della Chiesa.
E' da folli dire di seguire la scrittura e negare la tradizione e il magistero.
Questo diciamo non per una sorta di "patentino" per cattolici ma per ribadire che chi si proclama cattolico, liberamente e responsabilmente, dice questo e non altro. Chi si dice cattolico opera una professio fidei ben precisa; non è bene ingannarsi né ingannare.

Infatti il peccato ci allontana da Dio ma l'eresia, il disamore alla Chiesa e a Pietro ci uccide allo stesso modo.
Chi vive e parla nel dissenso non aiuta né sé medesimo né i fratelli e compie un peccato peggiore di ogni peccato perché distacca i fratelli da Cristo distorcendo l'immagine di Pietro nei propri discorsi e nel cuore dei fratelli.
Magari si presenta in veste da "agnello" ma è un ladro e un brigante perché ruba le anime per sé e le trascina nell'errore.
Con la scusa del pauperismo e di "legami affettivi" trascine le anime nel baratro. Magari in buona fede.
Non basta infatti essere di indole buona e accogliente occorre piuttosto essere fermi nella dottrina, nel senso di Chiesa.
Occorre essere evangelizzati nel senso di Chiesa e questo lo si impara solo in ginocchio davanti a Pietro e al Magistero, non davanti alle proprie idee e/o intuizioni.
Ribadiamo che il primo carisma è la rinuncia ad ogni carisma. Comprendere radicalmente che tutto è dono.

Pietro è anche segno dell'unità dei credenti in Cristo.
Come amare Pietro che sta lontano se non ami il fratello (scomodo) che hai vicino?
Come amare Pietro senza lottare in verità e carità per la causa ecumenica?

Se è vero che Pietro ha da Cristo la potestà di legare e sciogliere... è la tua fede in Cristo e nella Chiesa, nei fatti e nella verità, che scioglie l'anticlericalismo e l'anticattolicesimo che porti nel cuore.
Quell'anticattolicesimo strisciante che ti fa essere magari buonista e non autentico, leale. Libero.
Che ti fa essere accomodante e non umile.
Che ti fa essere conservatore ma non maturare l'appartenenza.
Quell'anticlericalismo che contrastando presunti abusi di qualcuno ti fa gettare Pietro, Vescovi e sacerdoti via dalla finestra... e con essi, così facendo, getti Gesù via dalla tua vita.

Se dici di essere cattolico. Beh, si veda. Con discrezione ma con fermezza.
Sii orgoglioso di essere nato cattolico e sii fiero di avere la grazia di esserlo, magari con fatica, ogni giorno.
E reputa questo un dono e non una proprietà.

Se dici di amare Cristo fai tacere il dissenso e fai germogliare l'appartenenza.
Solo allora potrai veramente essere fecondo e critico, se necessario, perchè ciò che ti anima è sia l'amore e sia la risposta che dai, ogni giorno, alla domanda di Gesù: "E tu chi dici che Io sia?"

Chiedi al Signore umilmente che tu possa incontrarlo sovente sulla via di Damasco perché tu possa conoscerlo sempre più e smettere realmente di perseguitare i tuoi fratelli.
Quali fratelli perseguiti, tu mi dici?
In certo qual modo tutti quelli che incontrandoti non hanno riconosciuto in te un Figlio di Dio, uno sposo di Cristo e un cattolico gioioso.

Paul


Secondo commento

"tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa"

"Per capire l'azione e insieme la bellezza della narrazione del Vangelo, bisogna considerare il suo sfondo geografico. Cesarea di Filippo si estendeva ai piedi del monte Ermon. Una delle grotte era dedicata al dio Pan e alle ninfe. Sulla sommità di una rupe, Erode aveva fatto costruire un tempio in onore di Cesare Augusto, mentre Filippo, suo figlio, aveva ingrandito questa località dandole il nome di Cesarea. Venerare un idolo e un uomo dagli Ebrei era considerato un'opera satanica, e perciò la grotta era considerata l'ingresso del regno di Satana: l'inferno. Ci si aspettava che, un giorno o l'altro, gli abissi infernali scuotessero questa rupe e inghiottissero il tempio sacrilego. In questo luogo spaventoso, si svolse un dialogo fra Gesù, il Figlio del Dio vivente, e Simone, il figlio di Giona. Gesù parla di un'altra pietra sulla quale edificherà un altro tempio, la Chiesa di Dio. Nessuna potenza infernale potrà mai prevalere su di essa. Simone, in quanto responsabile e guardiano, ne riceve le chiavi, e così il potere di legare e di sciogliere, cioè l'autorità dell'insegnamento e il governo della Chiesa. Grazie a ciò, Simone ne è diventato la pietra visibile, che assicura alla Chiesa ordine, unità e forza. La Chiesa non potrà essere vinta né da Satana né dalla morte, poiché Cristo vive ed opera in essa. Ogni papa è il Pietro della propria epoca." (da http://www.lachiesa.it/liturgia )

Dunque con la Parola di Gesù, parola creatrice e ri-creatrice, si crea il legame nuovo tra Cielo e terra, sancito nella persona di Gesù stesso, vero Dio e vero uomo, legame proseguito per "mandato" in Pietro.
Infatti ogni papa non solo è Pietro ma è il segno, l'alter Christus, oggettivo e reale, al di la dei propri personali limiti, difetti e peccati, della sintesi ineludibile dell'incarnazione.
Certamente non esaurisce questa sintesi e l'orizzonte della grazia di Cristo ma la sancisce come punto di continuità ineludibile con Cristo Gesù stesso.
Occorre dunque guardare al papa con occhi di fede e non con occhi della carne.

Gli occhi della carne, cioè intrisi di carnalità, gelosia, disordine, impurità, superbia, relativismo, sono incapaci di guardare questa realtà che è reale e presente in ogni "papa e Pietro" da Pietro a papa Benedetto XVI.
Pertanto ogni volta che si dissocia questa continuità, questa realtà, non solo si compie peccato ma ci si inquina l'occhio e non si incontra Cristo e, paradossalmente, si sta mancando di fede.
Grottesco come i propagatori della "sola fede" siano stati senza fede.

Non senza fede nel papa o nella struttura gerarchica della Chiesa ma senza fede in Cristo Gesù unico mediatore del Padre, potenza di Dio e sapienza di Dio. Unico Signore e Salvatore.
Eppure è così. E' il grando inganno che satana, il perdente, compie nel cuore dell'uomo: staccarlo da Pietro e quindi da Cristo.

La solennità di oggi, dunque ci ricorda sia questa realtà fondante sia la realtà che però attraversa ogni battezzato che, come San Paolo, è chiamato anche lui ad essere, nella propria misura e nell'ordine della grazia, un alter Christus.
Ogni battezzato è chiamato a sancire questo legame con Cristo per Pietro e, ogni battezzato, è chiamato a difendere, in maniera opportuna e inopportuna, questa verità: solo Cristo è Signore, salvatore e mediatore tra l'umanità e il Padre; solo la Chiesa ti fa incontrare Cristo e/o ti conferma nella fede.
Al di fuori non c'è salvezza.
Solo la Chiesa, la Chiesa Cattolica, ti fa incontrare compiutamente e perfettamente il volto del Padre in Cristo.
Poiché questo legame con Pietro ti è fondamentale e indispensabile e ti viene chiesto, nello Spirito Santo, di non spezzarlo mai né in te, né nei fratelli e di difenderlo con la Passione e l'amore di Paolo.
Questa apologetica fondante ti valga più di ogni opera spirituale e di ogni penitenza o di ogni tua intuizione nello Spirito (ammesso che sia tale).
Non deviare né da un lato né dall'altro, ma fissa lo sguardo su Cristo per Pietro e con la passione di Paolo.

Zammeru

Ultimo aggiornamento ( sabato 27 giugno 2009 )
go to the to

venerdì 26 giugno 2009

La valigia con lo spago


EUROPA/ITALIA

“La valigia con lo spago”, parola ai Migranti
Roma (Agenzia Fides) - In onda su Rai Uno, a partire da lunedì 29 giugno
in seconda serata per quattro settimane, “La valigia con lo spago” apre una
finestra nuova sull’universo dei migranti, facendo raccontare dalla loro
viva voce cosa significa l’esperienza della speranza, trasformata spesso in
sofferenza e dolore. Nel corso delle quattro puntate, “La valigia con lo
spago”, ci conduce in tutto il mondo, in Argentina, Moldavia, Slovacchia,
Francia, Inghilterra, Spagna, Italia, Stati Uniti, Canada, Thailandia,
dove
il dramma dei migranti è differente, ma profondamente uguale ed umano, e
dove il nostro unico compito di cittadini, telespettatori, cristiani è
quello di riconoscere, guardare, ed abbracciare, come noi siamo stati
abbracciati nell’incontro con la fede che determina la nostra vita.

Si passa in America, in cui il sogno americano non esiste più, nonostante
ogni anno migliaia di persone cerchino di varcare il deserto tra Messico e
Stati Uniti; ed in questo viaggio trovano, per la maggior parte, la morte.
Come Lucrezia, che ha dato la poca acqua da bere ai suoi figli, Jesus e
Nora, e li ha salvati dalla morte che, invece, ha colpito lei. Il sogno è
infranto: si vive da clandestini, in un paese per cui si è fatto molto,
dove
l’immigrazione e le violenze sono state viste troppo da vicino.

In Moldavia il problema più grande è il numero di bambini abbandonati,
circa 900 mila all’anno, da genitori che partono in cerca di fortuna, e che non
tornano, o a causa della vergogna, o perché vittime della criminalità.
Soprattutto le donne, di ogni paese, purché giovani e belle, sono soggette
alla macchia della tratta, meschinità perpetrata soprattutto a sfondo
sessuale. “La valigia con lo spago” ci aiuta anche a liberarci di alcune
convinzioni che la mentalità comune ha reso troppo ingombranti, nelle
nostre
menti, per esempio, tutti i falsi miti che riguardano i rom: incontriamo,
fra gli altri migranti protagonisti del programma, una giovane donna,
fuggita dalla famiglia rom, che racconta un dramma comprensibile a pochi:
“Nessuna di noi nasce ladra o prostituta, sono loro a piegarci con la
violenza”. La violenza fin dentro la famiglia, la delinquenza non è un
problema di struttura, ma di educazione.

In un mondo di sofferenze e difficoltà, tanti sono i raggi che la speranza e
la carità cristiana emanano: la missione di Fratel Biagio Conte a Palermo,
come quella di Padre Josaphat, missionario tra gli zingari, la Caritas di
Cuenca in Spagna; esempi di come la diversità non sia per forza un male
incurabile, ma possa divenire ricchezza nello scambio reciproco, nella
carità, nella gratuità, nella condivisione. Non più ciechi, quindi, ma
collaboratori della pace, della giustizia, della solidarietà e
dell’uguaglianza. A noi spetta riconoscere nel migrante il volto stesso di
Gesù, migrante anche Lui, durante la fuga in Egitto; la sua vita è stata una
costante ricerca ed affermazione della dignità umana.

Questa la ragione profonda de “La valigia dello spago”; ed in questa
avventura la guida è rappresentata dalle parole di Benedetto XVI, quando era
ancora Cardinale: “ La comprensione per le persone ai margini della
società,
ai margini della Chiesa, per i falliti ed i sofferenti, per coloro che
porgono delle domande, per gli scoraggiati e gli abbandonati, così da
infondere fiducia e di suscitare la volontà di sostenersi vicendevolmente, è
il vero nocciolo della moralità cristiana.” I testi e la regia de “La
valigia con lo spago” sono di Luca De Mata.. La colonna sonora de “La
valigia con lo spago” è del giovanissimo autore Aurelio Canonici. (Agenzia
Fides 26/6/2009; righe 40, parole 588)
Il sito de “La valigia con lo spago”

http://www.lavaligiaconlospago.tv

giovedì 18 giugno 2009

Il Cuore di Gesù, pace dei cristiani


Il cuore di Gesù, pace dei cristiani




1. Dio Padre si è degnato di concederci, nel cuore di suo Figlio, infinitos dilectionis thesauros, tesori inesauribili di amore, di misericordia, di tenerezza. Per convincerci dell'evidenza dell'amor di Dio — che non solo ascolta le nostre preghiere, ma le previene — basta seguire il ragionamento di san Paolo: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?”(Rm 8, 32)

La grazia rinnova l'uomo dall'interno e lo converte, da peccatore e ribelle, in servo buono e fedele. E fonte di ogni grazia è l'amore che Dio nutre per noi e che Egli stesso ci ha rivelato, non soltanto con le parole, ma con i fatti. L'amore divino fa sì che la seconda persona della Santissima Trinità, il Verbo Figlio di Dio Padre, prenda la nostra carne, e cioè la nostra condizione umana, eccetto il peccato. E il Verbo, Parola di Dio, è Verbum spirans amorem, la parola dalla quale procede l'Amore.

L'amore ci si rivela nell'Incarnazione, nel cammino redentore di Gesù Cristo sulla nostra terra, fino al sacrificio supremo della Croce. E, sulla Croce, si manifesta con un nuovo segno: “Uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19, 34). Acqua e sangue di Gesù che ci parlano di una donazione realizzata sino in fondo, sino al consummatum est: tutto è compiuto (Gv 19, 30), per amore.

Nella festa di oggi, considerando ancora una volta i misteri centrali della nostra fede, ci meravigliamo del modo in cui le realtà più profonde — l'amore di Dio Padre che dona il Figlio, e l'amore del Figlio che cammina sereno verso il Calvario — si traducano in gesti così alla portata degli uomini. Dio non si rivolge a noi in atteggiamento di potenza e di dominio; viene a noi “assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2, 7).

Gesù non si mostra mai lontano o altezzoso anche se nei suoi anni di predicazione lo vediamo a volte indignato e addolorato per la malvagità degli uomini. Ma, se facciamo attenzione, vediamo subito che il suo sdegno e la sua ira nascono dall'amore: sono un ulteriore invito a uscire dall'infedeltà e dal peccato. “Forse che io ho piacere della morte del malvagio — dice il Signore Dio — o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?”(Ez 18, 23).

Queste parole ci spiegano tutta la vita di Cristo e ci fanno comprendere perché si è presentato a noi con un cuore di carne, con un cuore come il nostro, sicura prova di amore e testimonianza costante del mistero inenarrabile della carità divina.

Conoscere il cuore di Cristo
2. Non posso fare a meno di confidarvi una cosa che mi fa soffrire e mi spinge ad agire: pensare agli uomini che ancora non conoscono Cristo, che non riescono ancora a intuire la profondità del tesoro che ci attende nel Cielo, e che camminano sulla terra come ciechi, inseguendo una gioia della quale ignorano il vero volto o perdendosi per strade che li allontanano dall'autentica felicità. Capisco bene ciò che l'apostolo Paolo dovette provare quella notte nella città di Troade, quando in sogno ebbe una visione: “Gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: « Passa in Macedonia e aiutaci! ». Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo — Paolo e Timoteo — di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunciarvi la parola del Signore” (At 16, 9-10).

Non sentite anche voi che Dio ci chiama, che ci urge, per mezzo di tutto ciò che accade attorno a noi, a proclamare la buona novella della venuta di Gesù? Ma, a volte, noi cristiani rimpiccioliamo la nostra vocazione, cadiamo nella superficialità, perdiamo il tempo in dispute e contese. O, peggio ancora, non manca chi si scandalizza falsamente per il modo in cui alcuni vivono certi aspetti della fede o determinate devozioni e, invece di aprir nuove strade sforzandosi essi stessi di viverle nella maniera che ritengono retta, si dedicano a criticare e a distruggere. Certamente possono verificarsi, e di fatto si verificano, delle manchevolezze nella vita dei cristiani. Ma ciò che importa non siamo noi con le nostre miserie: l'unica cosa che conta è Lui, Gesù. È di Cristo che dobbiamo parlare, non di noi stessi.

Queste riflessioni mi vengono suggerite da alcune voci intorno a una supposta "crisi" della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Tale crisi non esiste; la vera devozione è stata ed è tuttora un atteggiamento vivo, pieno di senso umano e di senso soprannaturale. I suoi frutti sono, ieri come oggi, frutti saporosi di conversione e di donazione, di compimento della volontà di Dio, di penetrazione amorosa dei misteri della Redenzione.

Cosa ben diversa sono invece le manifestazioni di certo sentimentalismo inefficace, carente di dottrina e impastato di pietismo. Nemmeno a me piacciono quelle immagini leccate, quelle figure del Sacro Cuore che non possono ispirare alcuna devozione a persone dotate di buon senso umano e soprannaturale. Ma non si dà prova di correttezza logica quando si trasformano certi abusi pratici, destinati a estinguersi da soli, in problemi dottrinali e teologici.

Se crisi c'è, è quella del cuore degli uomini, che non riescono — per miopia, per egoismo, per ristrettezza di orizzonti — a intravvedere l'insondabile amore di Cristo nostro Signore. La liturgia con cui la Santa Chiesa celebra, fin dalla sua istituzione, la festa del Sacro Cuore, ha sempre offerto l'alimento della vera pietà raccogliendo come lettura della Messa un testo di san Paolo che ci propone tutto un programma di vita contemplativa — conoscenza e amore, orazione e vita — che si fonda proprio sulla devozione al Cuore di Gesù. Dio stesso, per bocca dell'Apostolo, ci invita a percorrere questo cammino: “Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 17-19).

La pienezza di Dio ci viene rivelata e ci viene data in Cristo, nell'amore di Cristo, nel Cuore di Cristo. Perché è il cuore di Colui nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità (Col 2, 9). Ma quando si perde di vista questo grande disegno divino — la corrente d'amore instaurata nel mondo con l'Incarnazione, la Redenzione e la Pentecoste — non si potrà mai comprendere tutta la ricchezza del Cuore del Signore.

La vera devozione al Sacro Cuore
3. Prestiamo attenzione al significato profondo racchiuso in queste parole: Sacro Cuore di Gesù. Quando parliamo del cuore umano non ci riferiamo solo ai sentimenti, ma alludiamo a tutta la persona che vuol bene, che ama e frequenta gli altri. Nel modo umano di esprimerci, il modo raccolto dalle Sacre Scritture perché potessimo intendere le cose divine, il cuore è considerato come il compendio e la fonte, l'espressione e la radice ultima dei pensieri, delle parole e delle azioni. Un uomo, per dirla nel nostro linguaggio, vale ciò che vale il suo cuore.

Al cuore appartengono: la gioia — “gioisca il mio cuore nella tua salvezza” (Sal 12, 6); il pentimento — “il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere” (Sal 21, 15), la lode a Dio — “effonde il mio cuore liete parole” (Sal 44, 2); la decisione di ascoltare il Signore — “saldo è il mio cuore” (Sal 56, 8); la veglia amorosa — “io dormo, ma il mio cuore veglia” (Ct 5, 2); e anche il dubbio e il timore — “non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in me” (Gv 14, 1).

Il cuore non si limita a sentire: sa e capisce. La legge di Dio si riceve nel cuore e in esso rimane scritta. La Scrittura aggiunge ancora: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12, 34). Il Signore apostrofa gli scribi: “Perché mai pensate cose malvagie nei vostri cuori?” (Mt 9, 4). E, come sintesi dei peccati che l'uomo può commettere, Gesù dice: “Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15, 19).

Quando la Sacra Scrittura parla del cuore, non intende un sentimento passeggero che porta all'emozione o alle lacrime. Parla del cuore — come testimonia lo stesso Gesù — per riferirsi alla persona che si rivolge tutta, anima e corpo, a ciò che considera il suo bene: “Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore (Mt 6, 21).

Ecco pertanto che, considerando il Cuore di Gesù, scopriamo la certezza dell'amore di Dio e la verità del suo donarsi a noi. Nel raccomandare la devozione al Sacro Cuore, non facciamo che raccomandare di orientare integralmente noi stessi, con tutto il nostro essere — la nostra anima, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, le nostre fatiche e le nostre gioie — a Gesù tutto intero.

La vera devozione al Cuore di Gesù consiste in questo: conoscere Dio e conoscere noi stessi, guardare a Gesù e ricorrere a Lui che ci esorta, ci istruisce, ci guida. In questa devozione non si dà altra superficialità che quella dell'uomo che, non essendo interamente umano, non riesce a cogliere la realtà del Dio incarnato.


4. Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall'amore per gli uomini, è una risposta eloquente — le parole sono superflue — alla domanda sul valore delle cose e delle persone. Gli uomini, la loro vita e la loro felicità, valgono tanto che lo stesso Figlio di Dio si dona loro per redimerli, purificarli, elevarli. “Chi non amerà quel Cuore così ferito?” si domandava un'anima contemplativa, davanti a questo spettacolo. E continuava: “Chi non ricambierà amore per amore? Chi non abbraccerà un Cuore così puro? Noi, che siamo di carne, pagheremo amore con amore, abbracceremo il nostro ferito, al quale gli empi hanno trapassato mani e piedi, il costato e il Cuore. Chiediamogli che si degni di legare il nostro cuore con il vincolo del suo amore e di ferirlo con la lancia, perché è ancora duro e impenitente” (San Bonaventura, Vitis mystica, 3, 11 – PL 184, 643).

Sono pensieri, affetti, espressioni che da sempre le anime innamorate hanno rivolto a Gesù. Ma per intendere questo linguaggio, per capire veramente il cuore umano, il Cuore di Cristo e l'amore di Dio, occorrono fede e umiltà. Frutto di fede e di umiltà sono le parole universalmente famose che Sant'Agostino ci ha lasciato: “Ci hai creato, Signore, per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant'Agostino, Confessiones, 1, 1, 1 – PL 32, 661).

Quando si trascura l'umiltà, l'uomo pretende di appropriarsi di Dio, e non nella maniera divina che Cristo ha reso possibile dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo” (Cfr 1 Cor 11, 24); bensì cercando di ridurre la grandezza divina ai limiti umani. La ragione umana, la ragione fredda e cieca che non è l'intelligenza che procede dalla fede, e nemmeno la retta intelligenza di chi sa gustare e amare le cose, si trasforma nell'insensatezza di chi sottomette ogni cosa alle sue povere esperienze banali, quelle che rimpiccioliscono la verità sovrumana e ricoprono il cuore di una crosta insensibile alle mozioni dello Spirito Santo. La nostra povera intelligenza si smarrirebbe se non ci venisse incontro il potere misericordioso di Dio che rompe le frontiere della nostra miseria: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36, 26). E l'anima ritrova la luce, si riempie di gioia, davanti alle promesse della Sacra Scrittura.

“Io ho progetti di pace e non di sventura” (Ger 29, 11), dice il Signore per bocca del profeta Geremia. La liturgia applica queste parole a Gesù, perché in Lui si manifesta pienamente in che modo Dio ci ama. Non viene a condannarci, a rinfacciarci la nostra indigenza, la nostra meschinità: viene a salvarci, a perdonarci, a scusare le nostre colpe, a portarci la pace e la gioia. Se riconosciamo il rapporto meraviglioso del Signore con i suoi figli, i nostri cuori cambieranno, e ci renderemo conto che davanti ai nostri occhi si apre un panorama del tutto nuovo, ricco di rilievo, di profondità, di luce.

Portare agli altri l'amore di Cristo
5. Badate però che Dio non dice: al posto del cuore vi darò la volontà di un puro spirito. No: ci dà un cuore, un cuore di carne come quello di Cristo. Io non ho un cuore per amare Dio, e un altro per amare le persone della terra. Con il cuore con cui ho amato i miei genitori e amo i miei amici, con questo stesso cuore amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima. Non mi stancherò di ripetere che dobbiamo essere molto umani; perché altrimenti non potremmo neppure essere divini.

L'amore umano, l'amore di quaggiù, quando è vero, ci aiuta ad assaporare l'amore divino. Pregustiamo in tal modo l'amore con cui godremo Dio e quello che intercorrerà fra di noi in Cielo, quando il Signore sarà tutto in tutti (1 Cor 15, 28). Questo incominciare a intendere l'amore divino, ci spingerà a essere più comprensivi, più generosi, più donati.

Dobbiamo dare quello che riceviamo, insegnare ciò che impariamo, partecipare agli altri — senza montare in cattedra, con semplicità — la nostra conoscenza dell'amore di Cristo. Ciascuno di noi, nel realizzare il proprio lavoro, nell'esercitare la propria professione nella società, può e deve convertire la sua occupazione in un compito di servizio. Il lavoro ben fatto, che progredisce e fa progredire, che tiene conto dello sviluppo della cultura e della tecnica, svolge una grande funzione, sempre utile a tutta l'umanità, se a muoverci è la generosità e non l'egoismo, il desiderio del bene comune e non il proprio tornaconto: se è pieno del senso cristiano della vita.

Quel lavoro è l'occasione per manifestare, nella stessa trama delle relazioni umane, la carità di Cristo e i suoi frutti concreti di amicizia, di comprensione, di calore umano, di pace. Come Cristo passò facendo il bene lungo le vie della Palestina, così anche voi, negli itinerari umani della famiglia, della società civile, delle relazioni professionali quotidiane, della cultura e del riposo, dovete compiere una grande semina di pace. Sarà questa la prova migliore che il regno di Dio è giunto al vostro cuore: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita — scrive l'apostolo Giovanni — perché amiamo i nostri fratelli”(1 Gv 3, 14).

Questo amore però lo si vive solo se ci si forma alla scuola del Cuore di Gesù. È necessario guardare e contemplare il Cuore di Cristo, perché il nostro cuore si liberi dall'odio e dall'indifferenza; solo allora sapremo reagire in modo cristiano davanti alle sofferenze altrui, davanti al dolore.

Pensate alla scena narrata da san Luca, quando Gesù giunge presso la città di Nain. Gesù vede il dolore di quelle persone con cui si imbatte per caso. Poteva passare al largo, o aspettare che lo pregassero. Invece non se ne va né attende una richiesta. Prende l'iniziativa, mosso dall'afflizione di una vedova che aveva perduto tutto ciò che le restava, suo figlio.

L'evangelista precisa che Gesù provò compassione: forse si sarà commosso anche esteriormente, come per la morte di Lazzaro. Gesù Cristo non era, non è, insensibile alla sofferenza che nasce dall'amore, né gode di separare i figli dai genitori: vince la morte per dare la vita, affinché coloro che si amano siano vicini, pur esigendo anzitutto e sempre la preminenza dell'Amore divino che deve informare ogni esistenza autenticamente cristiana.

Gesù sa di essere circondato da una folla che rimarrà stupefatta davanti al miracolo e che ne proclamerà la notizia per tutta la regione. Ma il Signore non compie un gesto studiato: si sente davvero toccato dalla sofferenza di quella donna, e non può fare a meno di consolarla. Infatti le si avvicina e le dice: “Non piangere!” (Lc 7, 13). Come per farle capire: non voglio vederti in lacrime, perché io sono venuto a portare sulla terra la gioia e la pace. Ed ecco il miracolo, manifestazione della potenza di Cristo Dio. Ma prima venne la commozione della sua anima, manifestazione evidente della tenerezza del cuore di Cristo Uomo.

6. Se non impariamo da Gesù, non sapremo mai amare. Se pensassimo, come alcuni, che conservare un cuore pulito, degno di Dio, significa non immischiarlo, non contaminarlo con affetti umani, la conseguenza logica sarebbe quella di renderci insensibili al dolore degli altri. Saremmo allora capaci soltanto di una carità ufficiale, arida, senz'anima, ma non della vera carità di Cristo, che è affetto e calore umano. Con questo, non intendo avallare false teorie, tristi scuse per sviare i cuori, allontanandoli da Dio, e indurli in occasioni di perdizione.

Nella festa odierna dobbiamo chiedere al Signore di concederci un cuore buono, capace di commuoversi per il dolore delle creature, capace di comprendere che, per lenire le pene che accompagnano e non poche volte angustiano gli animi su questa terra, il vero balsamo è l'amore, la carità: ogni altra consolazione serve al più per distrarre un momento, lasciando dietro a sé amarezza e sconforto.

Per aiutare veramente gli altri, dobbiamo amarli di un amore di comprensione e di donazione, pieno di affetto e di consapevole umiltà. Il Signore, infatti, volle riassumere tutta la Legge in quel duplice comandamento che in realtà è unico: amare Dio e amare il prossimo, con tutto il nostro cuore.

Forse ora pensate che a volte i cristiani — tu e io, non gli altri — dimenticano le applicazioni più elementari di questo dovere. Forse pensate al permanere di tante ingiustizie, agli abusi non aboliti, alle discriminazioni trasmesse da una generazione all'altra, sempre in attesa che si operi una soluzione radicale.

Non devo, non è mio compito, proporvi le soluzioni pratiche di questi problemi. Però, come sacerdote di Cristo, è mio dovere ricordarvi ciò che dice la Sacra Scrittura. Meditate la scena del giudizio come Gesù stesso la descrive: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito; malato e in carcere e non mi avete visitato”( Mt 25, 41-43).

Un uomo o una società che non reagiscano davanti alle tribolazioni e alle ingiustizie, e che non cerchino di alleviarle, non sono un uomo o una società all'altezza dell'amore del Cuore di Cristo. I cristiani — pur conservando sempre la più ampia libertà di studiare e di mettere in pratica soluzioni diverse, e godendo pertanto di un logico pluralismo — devono coincidere nel comune desiderio di servire l'umanità. Altrimenti il loro cristianesimo non sarà la Parola e la Vita di Gesù; sarà un travestimento, un inganno, di fronte a Dio e di fronte agli uomini.

La pace di Cristo
7. Devo proporvi ancora una considerazione: dobbiamo lottare senza cedimenti per operare il bene, proprio perché sappiamo che è difficile che noi uomini ci decidiamo seriamente a esercitare la giustizia, e perché siamo lontani da una convivenza umana ispirata dall'amore e non dall'odio o dall'indifferenza. Non ignoriamo neppure che, quand'anche si riuscisse a ottenere una ragionevole distribuzione dei beni e un'armonica organizzazione della società, non sparirebbe il dolore della malattia, dell'incomprensione e della solitudine, dell'esperienza dei propri limiti, della morte delle persone care.

Davanti a queste amarezze, solamente il cristiano possiede una risposta autentica, una risposta definitiva, ed è questa: Cristo crocifisso, Dio che soffre e muore, Dio che dona il suo Cuore aperto da una lancia come pegno d'amore per tutti. Nostro Signore detesta le ingiustizie, e condanna chi le commette; ma rispetta la libertà di ogni individuo e permette, pertanto, che ve ne siano. Dio nostro Signore non causa il dolore delle creature, ma lo tollera perché, dal peccato originale in poi, il dolore è parte della condizione umana. Tuttavia, il suo Cuore, pieno d'Amore per gli uomini, lo ha portato a prendere su di sé, con la Croce, tutte le pene umane: la nostra sofferenza, la nostra tristezza, la nostra angoscia, la fame e la sete di giustizia.

L'insegnamento cristiano sul dolore non propone un programma di facili consolazioni. È, in primo luogo, una dottrina di accettazione della sofferenza, la quale di fatto è inseparabile dalla vita di ogni uomo. Non vi nascondo — e lo dico con gioia, perché ho sempre predicato, e cercato di vivere, che dove c'è la Croce, c'è Cristo, c'è l'Amore — che il dolore si è affacciato frequentemente nella mia vita, e più di una volta ho avuto voglia di piangere. Altre volte ho sentito acuirsi la pena di fronte all'ingiustizia e al male. E ho assaporato l'amarezza dell'impotenza quando — nonostante i miei desideri e i miei sforzi — non riuscivo a migliorare situazioni inique.

Quando parlo del dolore, non ne parlo soltanto in teoria. E non mi limito a raccogliere le esperienze altrui quando insisto che, se talvolta di fronte alla realtà della sofferenza sentite la vostra anima vacillare, il rimedio è guardare Cristo. La scena del Calvario proclama a tutti che le tribolazioni vanno santificate vivendo uniti alla Croce.

Le nostre afflizioni, infatti, vissute cristianamente, si trasformano in riparazione e in suffragio, in partecipazione al destino e alla vita di Gesù che, volontariamente, per amore degli uomini, ha sperimentato tutta la gamma del dolore, ha conosciuto ogni sofferenza. Nacque, visse, morì in povertà; fu combattuto, insultato, diffamato, calunniato e condannato ingiustamente; conobbe il tradimento e l'abbandono dei discepoli; assaporò la solitudine e le amarezze del supplizio e della morte. Ora lo stesso Cristo continua a soffrire nelle sue membra, nell'umanità tutta che popola la terra, e della quale egli è il Capo, il Primogenito, il Redentore.

Il dolore fa parte dei piani di Dio: la realtà è questa, benché ci costi capirla. Anche per Gesù, come uomo, fu costoso sopportarla: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42). In questa tensione tra la ripugnanza per il supplizio e l'accettazione della volontà del Padre, Gesù va incontro alla morte serenamente, perdonando coloro che lo crocifiggono.

Questa accettazione soprannaturale del dolore è, al tempo stesso, la massima conquista. Gesù, morendo sulla Croce, ha vinto la morte: Dio suscita dalla morte la vita. Il contegno di un figlio di Dio non è quello di chi si rassegna a una tragica sventura, quanto piuttosto di chi si rallegra pregustando la vittoria. In nome dell'amore vittorioso di Cristo, noi cristiani dobbiamo percorrere tutti i cammini della terra per essere, con le parole e le opere, seminatori di pace e di gioia. Dobbiamo lottare in questa guerra di pace contro il male, l'ingiustizia, il peccato, proclamando che l'attuale condizione umana non è quella definitiva e che l'amore di Dio manifestato nel Cuore di Cristo otterrà il glorioso trionfo spirituale degli uomini.

8. Ricordavamo prima gli avvenimenti di Nain. Ora potremmo citarne altri, perché i Vangeli sono pieni di episodi analoghi. Quelle narrazioni hanno commosso e commuovono sempre il cuore delle creature, perché non propongono soltanto il gesto sincero di un uomo che ha pietà dei suoi simili, ma rivelano anzitutto la carità immensa del Signore. Il Cuore di Gesù è il Cuore del Dio incarnato, dell'Emmanuele, Dio con noi.

La Chiesa, unita a Cristo, nasce da un cuore ferito. Quel Cuore, aperto sulla croce, ci trasmette la vita. Come non ricordare allora, anche solo per un momento, i Sacramenti, attraverso i quali Dio opera in noi e ci fa partecipi della forza redentrice di Cristo? Come non ricordare con particolare gratitudine il sacramento dell'Eucaristia, la nostra Messa, che rinnova in modo incruento il santo Sacrificio del Calvario? Gesù ci si dona come alimento: Gesù, venendo a noi, trasforma tutto e nel nostro essere si manifestano forze — l'aiuto dello Spirito Santo — che riempiono l'anima e informano le nostre azioni, il nostro modo di pensare e di sentire. Il Cuore di Cristo è la pace dei cristiani.

Il fondamento della donazione che il Signore ci chiede non consiste soltanto nei nostri slanci e nelle nostre forze, così spesso deboli o impotenti: consiste innanzitutto nelle grazie che l'amore del Cuore di Dio fatto uomo ci ha ottenute. Pertanto possiamo e dobbiamo perseverare nella nostra vita interiore di figli del Padre nostro che è nei Cieli, senza dar adito alla stanchezza e allo scoraggiamento. Mi piace far considerare che il cristiano è chiamato a esercitare la fede, la speranza e la carità nella sua comune esistenza quotidiana, nelle occasioni più semplici, nelle circostanze abituali della sua giornata; perché è qui che si rivela la condotta di un'anima che riposa in Dio, ed è qui che l'esercizio delle virtù teologali porta la gioia, la forza e la serenità.

Questi sono i frutti della pace di Cristo, la pace che il suo Cuore Sacratissimo ci porta. Perché, ricordiamolo ancora una volta, l'amore di Gesù per gli uomini è un aspetto insondabile del mistero divino, dell'amore del Figlio per il Padre e lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo, il vincolo d'amore tra il Padre e il Figlio, trova nel Verbo un cuore umano.

Non è possibile parlare di queste realtà centrali della nostra fede senza avvertire i limiti della nostra intelligenza e la grandezza della Rivelazione. Ma pur non potendo abbracciare queste verità, pur avvertendo che la nostra ragione resta sbalordita davanti ad esse, umilmente e fermamente le crediamo: fondandoci sulla testimonianza di Cristo, sappiamo che è così; sappiamo che l'Amore, dal seno della Trinità, si effonde su tutti gli uomini per mezzo dell'Amore del Cuore di Gesù.

9. Quando viviamo nel Cuore di Gesù e ci uniamo strettamente a Lui, ci trasformiamo in dimora di Dio. “Chi mi ama” — dice il Signore — “sarà amato dal Padre” ( Gv 14, 21). E allora Cristo e il Padre, nello Spirito Santo, vengono nell'anima e vi stabiliscono la loro dimora.

Quando comprendiamo — anche solo un po' — queste cose, il nostro modo di essere cambia. Abbiamo allora sete di Dio e facciamo nostre le parole del salmo: “Mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua” (Sal 62, 2). E Gesù, che ha acceso i nostri desideri, ci viene incontro e ci dice: “Chi ha sete, venga a me e beva” (Gv 7, 37). Ci offre il suo Cuore, perché sia il nostro riposo e la nostra fortezza. Quando ci decideremo ad accettare la sua chiamata, sperimenteremo che le sue parole sono vere: la nostra fame e la nostra sete aumenteranno fino a desiderare che Dio stabilisca nel nostro cuore il luogo del suo riposo, e che non allontani mai più da noi il suo calore e la sua luce.

Ignem veni mittere in terram, et quid volo nisi ut accendatur? Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e che cosa voglio se non che arda? (Lc 12, 49 ) Ci siamo avvicinati un po' al fuoco dell'Amore di Dio; lasciamo che la sua forza muova le nostre vite e alimentiamo il desiderio di portare il fuoco divino da un estremo all'altro della terra, facendolo conoscere a chi ci circonda: affinché tutti possano giungere alla pace di Cristo e trovino in essa la felicità. Un cristiano che vive unito al Cuore di Gesù non può avere che questa meta: la pace nella società, la pace nella Chiesa, la pace nella propria anima, la pace di Dio che sarà perfetta quando verrà a noi il suo Regno.

Maria, Regina pacis, regina della pace, tu che avesti fede e credesti che si sarebbe compiuto l'annuncio dell'Angelo, aiutaci a crescere nella fede, a essere saldi nella speranza, profondi nell'Amore. Perché questo vuole da noi tuo Figlio, mostrandoci oggi il suo Sacratissimo Cuore.
Omelia pronunciata il 17 giugno 1966, festa del Sacro Cuore da San Josemaria

mercoledì 10 giugno 2009

Tu ci disseti Signore...


Corpus Domini, l'Amore si fa carne perchè la carne si trasfiguri


«Prendete, questo è il mio corpo».

(Mc. 14,22)
Il Corpo del Signore
"Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue". Mio significa "veramente il tutto di me".
Questo tutto di me, la mia discesa dal Cielo, la mia storia, la mia passione, la mia resurrezione è tua ti appartiene, te la consegno.
Prima di chiedere ti do tutto.. affinché, se vuoi, tu possa darmi tutto di te.
Tutt'altro che simbiotica questa unione presuppone la scelta libera del dono totale di sé.
Giustizia vuole, ben oltre il senso legalistico o meritocratico, che tutto donato richieda liberamente tutto ricevuto.
Tutta l'umanità di Cristo e la Sua Divinità è donata incondizionatamente affinché tutta la nostra umanità si doni liberamente a Lui senza sconti affinché venga divinizzata, trasfigurata, innalzata gratuitamente.
La Signoria di Cristo nasce e si culmina nell'Eucarestia, la quale è pertanto innanzitutto "luogo dell'intimità".
Chi non ha maturato la coscienza di questo dono, pensiamo ai nostri fratelli riformati, si perde proprio questo luogo dell'intimità trasformante e teandrico, si perde il meglio del dono che Cristo ha fatto di sé all'uomo per amore del Padre e per amore dell'uomo.
Si perde il dono dei doni dello Spirito Santo. Calpesta il senso radicale dell'incarnazione che è donativo e comunionale.
Giustamente Francesco nella sua prima ammonizione ricorda:
Il Padre abita una luce inaccessibile (1Tm 6,16) e Dio è spirito (Gv 4,24) e nessuno ha mai visto Dio (Gv 1,18).
Perciò non può essere visto che in spirito, perché è lo spirito che vivifica: la carne non giova a nulla (Gv 6,63).
Ma neppure il Figlio, in ciò per cui è uguale al Padre, è veduto da alcuno altrimenti che il Padre, altrimenti che lo Spirito Santo.
Perciò tutti quelli che videro il Signore Gesù Cristo secondo l'umanità, e non videro e non credettero secondo lo spirito e la divinità che egli è vero Figlio di Dio, sono dannati.
Così pure adesso, tutti quelli che vedono il sacramento che per la mano del sacerdote viene consacrato sull'altare mediante le parole del Signore, nella specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che sia veramente il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono dannati, perché l'Altissimo stesso ne dà testimonianza e dice: Questo è il mio corpo e il sangue del mio nuovo testamento (Mc 14,22-24); e : Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ( Gv 6,55).
E per introdurre la sponsalità radicale il poverello conclude: Perciò è lo spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, quello che riceve il santissimo corpo e sangue del Signore. Per Francesco infatti il credente è chiamato a ri-creare, nel banchetto Eucaristico, per quanto possibile, il dono dell'incarnazione avvenuto nel seno di Maria:
Ecco, ogni giorno egli si umilia (Fil 2,8), come quando dalle sedi regali (Sap 18,15) scese nel grembo della Vergine; ogni giorno viene a noi in umili apparenze; ogni giorno discende dal seno del Padre (Gv 1,18; 6,38) sull'altare nelle mani del sacerdote.
E, come ai santi apostoli apparve in vera carne, così ora a noi si mostra nel pane sacro.


Il luogo dell'intimità è dunque luogo di sponsalità radicale, questo è il luogo fondante sia dei coniugati che dei consacrati.
Senza questo "luogo sponsale" non c'è credente, non c'è sposato, non c'è vergine, non c'è Chiesa.
Infatti il credente è innanzitutto un intimo, uno sposo, un noi che trasfigura l'io.
Gli sposi da qui traggono il loro senso comunionale.
In questo luogo che mai si consuma i vergini traggono il senso sovrannaturale del loro essere sposi senza marito o moglie.
In questo luogo si crea e si fonda e si alimenta la Chiesa come luogo del Tu, della Comunione, della relazione teandrica e della trasfigurazione.
Le mille ed una difficoltà di ogni giorno in seno alla famiglia, alle comunità religiose, alle comunità parrocchiali, ai movimenti fatte di povertà umana sono illuminate dal fatto dell'intimità Eucaristica e qui prendono significato.
Altrimenti c'è comunità e non comunione. C'è convivenza e non Chiesa. C'è aggregazione sociologica e non esperienza del divino.
Ecco perché la Chiesa, piccola o grande che sia, domestica o universale deve, se vuole rispettare se stessa, sempre richiamarsi a questo luogo dell'intimità totale.
Le miserie, le povertà, le gelosie e le invidie, i contrasti hanno bisogno di richiamarsi sempre qui per non distruggere il dono della comunione e puntare sia al cuore che in alto.


Le situazioni irregolari
La significanza simbolica dell'Eucarestia ha dunque fondamento sul "fatto dell'intimità" tra Dio e l'uomo.
Non è un segno è piuttosto un simbolo cioè una realtà semplice e complessa assieme, reale e al contempo misteriosa che trasforma il mondo e l'io.
Il simbolo nella visione biblica non è un segno ma la presenza di un evento e al contempo una struttura archetipica dell'umanità.
Proprio per questo è impossibile che i separati e coloro che vivono situazioni irregolari possano accedere all'Eucarestia.
Pur in buona fede profanerebbero il simbolo cioè il fatto con conseguenze spirituali, ecclesiali e sociali non calcolabili.
Tuttavia, nell'economia dell'Amore c'è una via Eucaristica anche per chi non può e non deve accedere all'Eucarestia.
Il cuore dell'Eucarestia è la comunione di Dio con l'uomo e il dono reciproco che ne scaturisce.
Quando una sorella o un fratello vivono situazioni irregolari che non permettono (per natura propria - come già visto e non per divieto della Chiesa) l'accedere alla Comunione entrano in una situazione di incompiutezza dilaniante ma feconda. Questa fame e questa sete, magari enormemente sofferta, che attende il compimento oggettivo è essa stessa, mistericamente, già Eucarestia cioè dono di Dio e dell'uomo, dono dello Spirito Santo.
Anzi, paradossalmente, ci può essere animo ben preparato all'Eucarestia quasi più in una situazione oggettivamente irregolare che in quella abitudinaria ma che non presenta irregolarità oggettive. Proprio per questo motivo la Chiesa non chiude le porte a nessuno della possibilità di essere e di fare Chiesa, anche a chi vive situazioni irregolari. La Chiesa infatti non è fatta da perfetti ma da persone in cammino; purché cammino ci sia.
L'Enciclica Deus Caritas est si muove proprio in questo desiderio vero e profondo d'amore di Dio verso l'uomo che illumina l'uomo stesso nei suoi desideri più autentici anche se il cammino di qualche fratello ha preso storicamente delle vie contorte che, pur necessitando di un giudizio oggettivo, vengono avvolte di misericordia soggettivamente.
La solennità del Corpus Domini non è solo la festa di coloro che accedono all'Eucarestia ma di tutti coloro che, pur non potendo, desiderano Dio con tutto se stessi come Dio desidera loro.


Intimità trasformante
La festa del Corpus Domini è dunque la festa dell'intimità vera che trasforma.
Luogo in cui Dio guarda l'uomo negli occhi e gli propone il suo amore fino alla fine.
Il senso del pellegrinaggio sta proprio nel desiderio di seguire l'Amore, sopra ogni cosa.
Un Amore così totale che non disdegna di apparire realmente nel fragile segno del pane. Un Amore che è uscito da sé e che chiede di uscire da sé, dalle proprie povertà e dai propri peccati e che attende una risposta "desatellizzata" dall'uomo ad uscire sempre "dalla propria terra" delle sicurezze e del "politicamente corretto" per essere testimone, magari scomodo di questo Amore.
Qui, nell'Eucarestia si fonda ogni martirio, quotidiano o radicale, feriale o estremo.
Amore infatti chiama amore.
Qui attorno all'Eucarestia nasce la Chiesa come compagnia con Cristo di fratelli e sorelle che, ricolmi di paure, fantasmi e limiti, cercano e desiderano l'unico Signore, Amore onnipotente fatto debolezza ed essenzialità.
L'Eucarestia è il cuore dell'Amore e il culmine della maturità umana.

venerdì 5 giugno 2009

7 giugno SS.Trinità


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Domenica della SS. Trinità

Domenica 7 giugno 2009



1. Orazione iniziale

Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l' hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.
Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

2. Lettura: Matteo 28,16-20

a) Una chiave di lettura:

La liturgia della domenica della Santissima Trinità riporta gli ultimi versetti del Vangelo di Matteo (Mt 28, 16-20). All'inizio del Vangelo, Matteo presentava Gesù come Emmanuele, Dio con noi (Mt 1,23). Ora, nell'ultimo versetto del suo Vangelo, Gesù comunica la stessa certezza: "Sono con voi fino alla fine del mondo" (Mt 28,20). Questo era il punto centrale della fede delle comunità degli anni ottanta (dC), e continua ad essere il punto centrale della nostra fede. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi. E' anche la prospettiva per adorare il mistero della SS. Trinità.

b) Il testo:

16 Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. 17 Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. 18 E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19 Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, 20 insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

3. Momento di silenzio orante

perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

4. Alcune domande

per aiutarci nella meditazione e nell'orazione.

a) Qual è il punto che più ha richiamato la tua attenzione nel testo? Perché?
b) Qual è l'immagine di Gesù che questo testo ci comunica?
c) In quale maniera il mistero della Trinità appare in questo testo?
d) In Atti 1,5 Gesù annuncia il battesimo nello Spirito santo. In Atti 2,38 Pietro parla del battesimo nel nome del Signore Gesù. Qui si parla del battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Qual'è la differenza tra queste tre affermazioni, o si tratta di uno stesso battesimo?
e) Qual è esattamente la missione che Gesù conferisce agli Undici? Quale è oggi la missione delle nostre comunità come discepoli e discepole di Gesù? Secondo il testo, dove possiamo trovare la forza e il coraggio per compiere la nostra missione?

5. Una chiave di lettura

per approfondire il tema.

i) Il contesto:

Matteo scrive per le comunità giudeo-cristiane di Siria-Palestina. Erano criticate dai fratelli giudei che affermavano che Gesù non poteva essere il messia promesso e, pertanto, il loro modo di vivere era sbagliato. Matteo cerca di offrire un sostegno per la loro fede e le aiuta a comprendere che Gesù è realmente il messia che è venuto a realizzare le promesse fatte da Dio in passato, attraverso i profeti. Un riassunto del messaggio di Matteo alle comunità si trova nella promessa finale di Gesù ai discepoli, che meditiamo in questa domenica della SS. Trinità.

ii) Commento del testo:

* Matteo 28,16: La prima e ultima apparizione di Gesù risorto agli Undici discepoli.
Gesù apparve anzitutto alle donne (Mt 28,9) e, attraverso le donne, fece sapere agli uomini che dovevano andare in Galilea per vederlo di nuovo. In Galilea avevano ricevuto la prima chiamata (Mt 4, 12.18) e la prima missione ufficiale (Mt 10,1-16). E' là, in Galilea, che tutto ricomincerà di nuovo: una nuova chiamata, una nuova missione! Come nell'Antico Testamento, le cose importanti accadono sempre sulla montagna, la Montagna di Dio.

* Matteo 28,17: Alcuni dubitavano.
Al vedere Gesù, i discepoli si prostrano davanti a lui. La prostrazione è la posizione di chi crede e accoglie la presenza di Dio, anche se essa sorprende e oltrepassa la capacità umana di comprensione. Alcuni, pertanto, dubitano. Tutti i quattro Evangeli accentuano il dubbio e l'incredulità dei discepoli di fronte alla risurrezione di Gesù (Mt 28,17; Mc 16,11.13.14; Lc 24,11.24.37-38; Gv 20,25). Serve a mostrare che gli apostoli non erano stati ingenui, e per animare le comunità degli anni ottanta (dC) che avevano ancora dei dubbi.

* Matteo 28,18: L'autorità di Gesù.
"Mi è stato dato ogni potere sulla terra". Frase solenne che assomiglia molto a quell'altra affermazione: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio" (Mt 11,27). Simili sono alcune affermazioni di Gesù riportate nel vangelo di Giovanni: "Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani" (Gv 13,3) e "Tutto ciò che è mio è tuo e tutto ciò che è tuo è mio" (Gv 17,10). La stessa convinzione di fede riguardo a Gesù traspare nei cantici conservati nelle lettere di Paolo (Ef 1,3-14; Fil 2,6-11; Col 1,15-20). In Gesù si manifestò la pienezza della divinità (Col 1,19). Questa autorità di Gesù, nata dalla sua identità con Dio Padre, dà fondamento alla missione che gli Undici stanno per ricevere ed è la base della nostra fede nella SS. Trinità.

* Matteo 28,19-20ª: La triplice missione.
Gesù comunica una triplice missione: (1) far discepole tutte le nazioni, (2) battezzarle nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e (3) insegnar loro ad osservare tutto quello che aveva comandato.
a) Diventare discepolo/discepola: Il discepolo convive con il maestro e da questo impara nella convivenza quotidiana. Forma comunità con il maestro e lo segue, cercando di imitare il suo modo di vivere e di convivere. Discepolo è quella persona che non assolutizza il proprio pensiero, ma è sempre disposto ad imparare. Come il "servo di Yahvé", il discepolo, la discepola, tende l'orecchio per ascoltare quello che Dio ha da dire (Is 50,4).
b) Battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo: La Buona Novella di Dio che Gesù ci ha portato è la rivelazione che Dio è il Padre e che pertanto tutti siamo fratelli e sorelle. Questa nuova esperienza di Dio, Gesù l'ha vissuta e ottenuta a nostro vantaggio con la sua morte e risurrezione. E' il nuovo Spirito che egli ha diffuso sui seguaci nel giorno di Pentecoste. In quel tempo, essere battezzato in nome di qualcuno significava assumere pubblicamente l'impegno di osservarne il messaggio annunciato. Per cui, essere battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo era lo stesso che essere battezzato nel nome di Gesù (At 2,38) e lo stesso che essere battezzato nello Spirito Santo (At 1,5). Significava e significa assumere pubblicamente l'impegno di vivere la Buona Novella che Gesù ci ha dato: rivelare attraverso la fraternità profetica che Dio è Padre e lottare perché siano superate le divisioni e le separazioni tra gli esseri umani, e affermare che tutti siamo figli e figlie di Dio.
c) Insegnare ad osservare tutto quello che Gesù ha ordinato: Non insegniamo dottrine nuove né nostre, ma riveliamo il volto di Dio che Gesù ci ha rivelato. E' da questo che deriva tutta la dottrina che ci fu trasmessa dagli apostoli.

* Matteo 28,20b: Dio con noi fino alla fine dei tempi.
Questa è la grande promessa, la sintesi di tutto quello che è stato rivelato fin dall'inizio. E' il riassunto del Nome di Dio, il riassunto di tutto l'Antico Testamento, di tutte le promesse, di tutte le aspirazioni del cuore umano. E' il riassunto finale della buona novella di Dio, trasmessa dal Vangelo di Matteo.


iii) La storia della rivelazione del Nome di Dio Uno e Trino:

Un nome, quando lo si sente per la prima volta, è appena un nome. Ma nella misura in cui si convive con la persona, il nome diviene la sintesi della persona. Quanto maggiore è la convivenza con la persona, tanto maggiore sarà il significato e il valore del suo nome. Nella Bibbia Dio riceve molti nomi e molti titoli che esprimono ciò che egli significa o può significare per noi. Il nome proprio di Dio è YHWH. Questo nome appare già nella seconda narrazione della creazione, nella Genesi (Gen 2,4). Ma il suo significato profondo (risultato di una lunga convivenza attraverso i secoli, e passato anche per la "notte oscura" della crisi dell'esilio in Babilonia) è descritto nel libro dell'Esodo in occasione della vocazione di Mosè (Es 3, 7-15). La convivenza con Dio lungo i secoli diede significato e densità a questo nome di Dio.
Dio disse a Mosè: "Vai a liberare il mio popolo" (Es 3,10). Mosè ha paura e si giustifica fingendo ragioni di umiltà: "Chi sono io?" (Es 3,11). Dio risponde: "Vai! Io sarò con te" (Es 3,12). Anche se sa che Dio starà con lui nella missione di liberare il popolo oppresso dal faraone, Mosè ha paura e si giustifica nuovamente, domanda sul nome di Dio. Dio risponde riaffermando semplicemente quello che stava dicendo: "Io sono colui che sono". Ossia, certamente sono con te, di questo non puoi dubitare. E il testo continua dicendo: "Dirai al popolo: Io-Sono mi ha mandato a voi!". E termina concludendo: Questo è il mio nome per sempre: questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione" (Es 3,14-15).
Questo breve testo, di grande densità teologica esprime la convinzione più profonda della fede del popolo di Dio: Dio è con noi. Egli è l'Emmanuele. Presenza intima, amica, liberatrice. Tutto questo si riassume nelle quattro lettere YHWH del nome che noi pronunciamo come Yahwhè: Egli è in mezzo a noi. E' la stessa certezza che Gesù comunica ai discepoli e discepole nella promessa finale sulla montagna: "Sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi" (Mt 28,20). La Bibbia permette di avere dubbi di tutto, meno di una cosa: del Nome di Dio, cioè della presenza di Dio in mezzo a noi, espressa dal suo stesso nome Yahwhè: "Egli è in mezzo a noi". Il nome Yahwhè appare più di 7000 volte, solamente nell'Antico Testamento! E' lo stoppino della candela attorno alla quale si collocò la cera delle storie.
Il tragico successe (e continua a succedere) quando nei secoli posteriori all'esilio in Babilonia, il fondamentalismo, il moralismo e il ritualismo fecero sì che, poco a poco, quello che era una volto vivo e amico, presente e amato, diventasse una figura rigida e severa, appesa, indebitamente, nelle pareti della Sacra Scrittura, e che faceva crescere paura e distanza tra Dio e il suo popolo. Così negli ultimi secoli prima di Cristo, il nome YHWH non si poteva più pronunciare. Al suo posto, si diceva Adonai, tradotto poi con Kyrios, che significa Signore. La religione strutturata attorno alla osservanza delle leggi, il culto centrato nel tempio di Gerusalemme e la chiusura nella razza, crearono una nuova schiavitù che soffocava l'esperienza mistica e impediva il contatto con il Dio vivo. Il Nome che doveva essere come un vetro trasparente per rivelare la Buona Novella del volto amico e attraente di Dio, diventò uno specchio che mostrava solamente la faccia di colui che in esso si rimirava. Tragico inganno dell'auto-contemplazione! Non bevevano più direttamente dalla fonte, ma dall'acqua imbottigliata dai dottori della legge. Fino ad oggi continuiamo a bere molta acqua dal deposito, e non dalla sorgente.
Con la sua morte e risurrezione Gesù tolse le chiusure (Col 2,14), ruppe lo specchio dell'auto-contemplazione idolatra e aprì di nuovo la finestra attraverso la quale Dio ci mostra il suo volto e ci attrae a sé. Citando un cantico della comunità, san Paolo proclama nella lettera ai Filippesi: "Gesù ha ricevuto un nome che è al di sopra ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore" (Fil 2, 9-11). Nel giorno di Pentecoste Pietro terminò il suo primo annuncio rivelando la grande scoperta che l'esperienza della risurrezione aveva significato per lui: "Che tutto il popolo sappia: Dio ha costituito Gesù Cristo Signore". Gesù morto e risorto, è la rivelazione che Dio, lo stesso di sempre, è e continua ad essere YHWH (Adonai, Kyrios, Signore), presenza intima, amica e liberatrice in mezzo al suo popolo, vincitore di ogni barriera, anche della propria morte. A partire da Gesù e in Gesù, il Dio dei padri, che sembrava tanto distante e severo, acquistò i tratti di un Padre buono, pieno di tenerezza. Abba! Padre Nostro! Per noi cristiani, la cosa più importante non è confessare che Gesù è Dio, ma testimoniare che Dio è Gesù! Dio si fa conoscere in Gesù. Gesù è la chiave per una nuova lettura dell'Antico Testamento. Egli è il nuovo Nome di Dio.
Questa nuova rivelazione del Nome di Dio in Gesù è frutto della totale gratuità dell'amor di Dio, della sua fedeltà al proprio Nome. Ma può giungere fino a noi, questa fedeltà, grazie all'obbedienza totale e radicale di Gesù: "Obbediente fino alla morte, e alla morte di croce" (Fil 2,8). Gesù giunse a identificarsi in tutto con la volontà di Dio. Egli stesso disse: "Io faccio sempre quello che il Padre mi comanda" (Gv 12,50). "Il mio cibo è fare la volontà del Padre" (Gv 4,34). Per questo egli è totale trasparenza, rivelazione del Padre: "Chi vede me vede il Padre!" (Gv 14,9). In lui abitava la "pienezza della divinità" (Col 1,19). "Io e il Padre siamo una cosa sola" (Gv 10,30). Questa obbedienza non è facile. Gesù ha avuto momenti difficili, nei quali giunse a gridare: "Passi da me questo calice!" (Mc 14,36). Come dice la lettera agli Ebrei: "Con forti grida e lacrime supplicò colui che poteva salvarlo da morte" (Ebr 5,7). Vinse per mezzo dell'orazione. Per questo diventò per noi rivelazione e manifestazione piena del Nome, di quello che il Nome significa per noi. L'obbedienza di Gesù non è di tipo disciplinare, ma è profetica. E' azione rivelatrice del Padre. Per mezzo di essa, si spezzarono i vincoli e si squarciò il velo che nascondeva il volto di Dio. Si aprì per noi un nuovo cammino fino a Dio. Meritò per noi il dono dello Spirito che egli ci ottiene quando lo chiediamo al Padre nel suo nome nella preghiera (Lc 11,13). Lo Spirito è acqua viva che egli ci meritò con la sua risurrezione (Gv 7,39). E' attraverso il suo Spirito che egli ci istruisce, rivelando il volto di Dio Padre (Gv 14,26; 16,12-13).

6. Salmo 145 (144)

Gesù realizza il Regno

O Dio, mio re, voglio esaltarti
e benedire il tuo nome
in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome
in eterno e per sempre.

Grande è il Signore e degno di ogni lode,
la sua grandezza non si può misurare.
Una generazione narra all'altra le tue opere,
annunzia le tue meraviglie.
Proclamano lo splendore della tua gloria
e raccontano i tuoi prodigi.
Dicono la stupenda tua potenza
e parlano della tua grandezza.
Diffondono il ricordo della tua bontà immensa,
acclamano la tua giustizia.
Paziente e misericordioso è il Signore,
lento all'ira e ricco di grazia.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza,
per manifestare agli uomini i tuoi prodigi
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è regno di tutti i secoli,
il tuo dominio si estende ad ogni generazione.

Il Signore sostiene quelli che vacillano
e rialza chiunque è caduto.
Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa
e tu provvedi loro il cibo a suo tempo.
Tu apri la tua mano
e sazi la fame di ogni vivente.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie,
santo in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a quanti lo invocano,
a quanti lo cercano con cuore sincero.
Appaga il desiderio di quelli che lo temono,
ascolta il loro grido e li salva.
Il Signore protegge quanti lo amano,
ma disperde tutti gli empi.

Canti la mia bocca la lode del Signore
e ogni vivente benedica il suo nome santo,
in eterno e sempre.

7. Orazione Finale

Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa' che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa' che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.


a cura dei Carmelitani

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Atto d'offerta all'Amore misericordioso di Dio.
J. M. J. T.
Offerta di me stessa come vittima d'olocausto all'Amore misericordioso del Buon Dio.

Mio Dio! Trinità beata, desidero amarti e farti amare, lavorare per la glorificazione della santa Chiesa, salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che sono nel purgatorio. Desidero compiere perfettamente la vostra volontà e arrivare al grado di gloria che m'avete preparato nel tuo regno. In una parola, desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e ti domando, o mio Dio, di essere tu stesso la mia santità. Poiché mi avete amata fino a darmi il tuo unico Figlio perché fosse il mio salvatore e il mio sposo, i tesori dei suoi meriti appartengono a me ed io ve li offro con gioia, supplicandoti di non guardare a me se non attraverso il volto di Gesù e nel suo cuore bruciante d'amore. Ti offro inoltre tutti i meriti dei Santi (che sono in cielo e sulla terra), i loro atti d'amore e quelli dei santi Angeli; ti offro infine, o beata Trinità, l'amore e i meriti della santa Vergine, mia madre diletta. A lei abbandono la mia offerta e la prego di presentarvela. Il suo Figlio divino, mio sposo diletto, nei giorni della sua vita mortale, ci ha detto: "Tutto ciò che domanderete al Padre in nome mio, ve lo darà!". Sono dunque certa che esaudirete i miei desideri; lo so, mio Dio, più volete dare, più fate desiderare. Sento nel mio cuore desideri immensi e ti chiedo con tanta fiducia di venire a prendere possesso della mia anima. Ah! non posso ricevere la santa comunione così spesso come vorrei, ma, Signore, non siete l'onnipotente?... Restate in me come nel tabernacolo, non allontanateti mai dalla vostra piccola ostia...Vorrei consolarti dell'ingratitudine dei cattivi e ti supplico di togliermi la libertà di dispiacerti. Se qualche volta cado per mia debolezza, il tuo sguardo divino purifichi subito la mia anima consumando tutte le mie imperfezioni, come il fuoco che trasforma ogni cosa in se stesso...Ti ringrazio, o mio Dio, di tutte le grazie che m'avete accordate, in particolare di avermi fatta passare attraverso il crogiolo della sofferenza. Sarò felice di vederti comparire, nel giorno finale, con lo scettro della croce. Poiché ti sei degnato di darmi come eredità questa croce tanto preziosa, spero di rassomigliare a te nel cielo e di veder brillare sul mio corpo glorificato le sacre stimmate della vostra passione. Dopo l'esilio della terra, spero di venire a goderti nella patria, ma non voglio ammassare dei meriti per il cielo, voglio lavorare solo per tuo amore, con l'unico scopo di farti piacere, di consolare il tuo Sacro Cuore e di salvare anime che ti ameranno eternamente. Al crepuscolo di questa vita, comparirò davanti a te a mani vuote, perché non ti chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi (Is 64,6). Voglio quindi vestirmi della tua Giustizia e ricevere dal Tuo Amore il possesso eterno di Te stesso. Non voglio nessun altro Trono e nessun’ altra Corona che te, mio Diletto… Ai tuoi occhi il tempo non è nulla; un giorno solo è come mille anni (Sal 89,4), tu poi quindi in un istante prepararmi a comparire davanti a te...Affinchè io possa vivere in un atto di perfetto amore, MI OFFRO COME VITTIMA D'OLOCAUSTO AL TUO AMORE MISERICORDIOSO, supplicandoti di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima i flutti d'infinita tenerezza che sono racchiusi in te, e così possa diventare martire del tuo amore, o mio Dio!...Che questo martirio, dopo avermi preparata a comparire davanti a Te, mi faccia infine morire e la mia anima si slanci senza alcuna sosta verso l'eterno abbraccio del tuo amore misericordioso...Voglio, o mio Diletto, ad ogni battito del cuore rinnovarti questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirti il mio amore in un faccia a faccia eterno!

Maria Francesca Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo di Gesù
rel. carm. ind.
Festa delta Santissima Trinità,
il 9 giugno dell'anno di grazia 1895

lunedì 1 giugno 2009

Cuore di Gesù-Cuore dell'uomo


Mese di giugno

Cuore di Gesù - Cuore dell’uomo

Il Cuore di Gesù
Il Cuore di Gesù è il Cuore di Dio, per questo è il Cuore unico e sublime. Chi può comprenderlo?
Riflettiamo: quel Cuore è stato formato dallo Spirito Santo, è stato fatto nel seno immacolato della Madonna, è stato nutrito con la carne purissima e il sangue verginale di Maria. Quel Cuore ha coltivato la carità divina più illimitata e ardente nell’amare Dio Padre, nell’amare le creature. Quel Cuore è stato giustamente definito «Re e centro di tutti i cuori», «abisso di tutte le virtù», «fonte di ogni consolazione».
Quali gioie e palpiti, quali travagli e tristezze avranno attraversato il Cuore di Gesù? Pensiamo al disegno di Dio che abbraccia l’umanità e il creato, da ricapitolare in Cristo, e pensiamo al mondo di eventi gioiosi e tristi che riempiono la vita di ogni essere. Il Cuore di Gesù è cuore divino, è cuore cosmico, è cuore universale. Registra ogni movimento anche impercettibile di ogni cuore e di ogni cosa: nulla può sfuggire a Lui, perché «tutte le cose hanno in Lui la loro consistenza» (Col 1,17).
Alla sua discepola prediletta, santa Margherita Alacoque, Gesù dirà fin dalla prima apparizione: «Il mio divin Cuore è cosi appassionato di amore per gli uomini, che non potendo più contenere in sé le fiamme della sua ardente carità, le vuole propagare…».
Il Cuore di Gesù ci ama e vuole il nostro amore. È per nostro amore che Egli si è fatto immolare: ossia, per avere il nostro amore. E «l’essenza della devozione al Sacro Cuore – insegnava già il papa Pio VI – consiste nel considerare e nell’onorare, nell’immagine simbolica del Cuore, l’immenso Amore, saturo di tenerezza, del nostro Redentore».
Amare il Cuore di Gesù, quindi, significa rispondere all’esigenza primaria dell’amore di Gesù, significa amare l’amore di Gesù, ricambiandolo con il nostro amore, per il quale Egli è morto.
Perciò san Francesco d’Assisi pregava splendidamente, dicendo a Gesù: «io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato morire per amore dell’amore mio».
Il cuore dell’uomo
In senso biblico, il cuore dell’uomo è il centro vitale dell’uomo, il centro vitale fisico e spirituale. Affetti e pensieri, desideri e voleri «salgono dal cuore» (Is 63,17).
Si può dire che carne e spirito confluiscono nel cuore dell’uomo, rendendolo centro unitario di tutto l’uomo.
Ma l’uomo si è squilibrato con il peccato originale, e continua a squilibrarsi ancor più con i peccati personali, diventando un miscuglio di bene e male, di talenti e difetti, di virtù e vizi, di passioni nobili e ignobili, di alte aspirazioni e di concupiscenze vergognose.
Tutta questa realtà dell’uomo ha il suo punto di incontro nel cuore dell’uomo, è come se venisse raccolta e «pompata», al pari del sangue che confluisce e si diparte dal cuore in circolo vitale per tutto l’organismo.
Per questo dal cuore dell’uomo scaturisce ogni bene e ogni male dell’uomo. Gesù stesso, che ha detto: «Beati i puri di cuore…» (Mt 5,8), ha detto anche queste terribili parole sul cuore dell’uomo: «Dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie» (Mt 15,19).
Il cuore dell’uomo dev’essere restaurato. In esso deve dimorare Dio. Gesù è venuto per questo sulla terra: riportare il Regno di Dio dentro di noi. Egli ha portato la Buona Novella, il suo Vangelo da imprimere nel cuore dell’uomo. Lo diceva già per bocca del Profeta Geremia: «Imprimerò la mia legge nei loro cuori» (Ger 31,33). E san Giuseppe da Leonessa, un santo francescano, commentava questo versetto dicendo: «Quindi ogni cristiano dev’essere un libro vivente, in cui si possa leggere la dottrina evangelica. Così diceva san Paolo ai Corinzi: “Siete voi la nostra lettera, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente attraverso il nostro ministero, non in tavole di pietra, ma sulle tavole di carne nel cuore”.
Il foglio è il nostro cuore, chi scrive è lo Spirito Santo attraverso il mio ministero… Ma come si potrà scrivere sopra un foglio già scritto? Se non si cancella lo scritto precedente, non ci si può scrivere di nuovo. Nel vostro cuore c’è scritta l’avarizia, la superbia, la lussuria e gli altri vizi. Come ci potremo scrivere l’umiltà, l’onestà e le altre virtù, se i precedenti vizi non vengono cancellati?».
Un modello splendido di restaurazione del cuore dell’uomo è san Francesco d’Assisi. Non siamo noi a proporlo, ma Gesù stesso, che disse a santa Margherita Maria, indicandole il Serafico Poverello: «Ecco il Santo più vicino al mio Cuore». Così umano e così sublime, san Francesco d’Assisi ci fa capire quale meravigliosa realtà sia la trasformazione del nostro cuore nell’amore appassionato a Gesù e nell’amore trasfigurato a tutte le creature. Ecco come deve diventare il cuore dell’uomo: un cuore nuovo, tutto amore, umiltà, pazienza, dolcezza, forza, sacrificio…
Il Cuore di Gesù voglia concedercelo in questo santo mese. ²
P. Stefano M. Manelli, FI

Ave Maria!

Proposito: Leggere ogni giorno una pagina del Vangelo da imprimere nel cuore.

Il Santo Rosario del Vaticano...pregate con me!!!







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Esposizione dei misteri

Il Rosario è composto di venti "misteri" (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, in quattro Corone.

La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).

«Questa indicazione non intende tuttavia limitare una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria, a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti» (Rosarium Virginis Mariae, n. 38).

Per aiutare l'itinerario meditativo-contemplativo del Rosario, ad ogni "mistero" sono riportati due testi di riferimento: il primo della Sacra Scrittura, il secondo del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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