martedì 16 febbraio 2010

Il digiuno: distacco dall'anima dai beni della terra


Mercoledì 17 febbraio 2010

Mercoledì delle Ceneri

Mt 6,1-6,16-18

Dal Vangelo secondo San Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.

Quando dunque fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”.


Il digiuno: distacco dell’anima dai beni della terra

L’antica Legge comandava un solo digiuno nel giorno dell’espiazione (Lev. XVI, 29). In seguito se ne erano aggiunti degli altri e i Farisei digiunavano spesso per apparire uomini austeri, anzi si mostravano a bella posta in pubblico col volto tetro, col capo in disordine, con le vesti dimesse, per averne gloria innanzi agli altri.

Gesù Cristo non condanna il digiuno, ma questa specie di digiuno, che era sazietà della propria vanagloria, e vuole che le opere di penitenza appaiano solo innanzi agli occhi di Dio, per averne da Lui la ricompensa. La preghiera e completata ed integrata dalla penitenza, e la penitenza più facile è il digiuno; quando il corpo, infatti, non e aggravato, lo spirito e più libero e l’elevazione dell’anima in Dio e più facile.

Ma il digiuno non e solo l’astinenza da alcuni cibi, e il distacco dell’anima dai beni della terra. Si digiuna nel corpo per impedire che sia d’impaccio all’anima, e si digiuna nell’anima per non impigliarla nelle reti delle cose terrene; per questo Gesù soggiunge di non accumulare tesori materiali e di non attaccarvi il cuore, poiché dov’è il tesoro là essa si ferma e s’impiglia. È cento volte meglio essere liberi da quelle ricchezze che appesantiscono il cuore, e che sono del resto tanto fallaci.

Gli orientali solevano accumulare come tesori l’oro, l’argento, le pietre preziose, le vesti ricchissime, i tappeti, i cuscini, ecc.; or tutto questo, dice Gesù, è esposto alla rapacità dei ladri ed alla voracità dei tarli; e ricchezza che non appaga, perché da un continuo timore di perderla e rende, chi la possiede, un affamato depositario, o un disperato fallito. E meglio formarsi dei tesori di grazia nellanima, e cercare i beni eterni che nessuno può rapirci. Anche se il Signore ci ha dato le ricchezze materiali, bisogna tenerne lontano il cuore per non impigliarsi, e invece di esporle ai ladri ed al deperimento, bisogna mutarle in opere di zelo e di carità, affinché diano un frutto eterno.

A che serve il grano che si accumula se non si panifica e non si semina? Sta ammassato come le pietre di rifiuto. Se poi e avvelenato dalla mescolanza di un tossico potente, allora cagiona la morte a chi lo mangia.

Così sono le ricchezze quando non servono alla gloria di Dio o al bene: grano infecondo e grano avvelenato; null’altro!

Il danaro ha valore in quanto circola e circolando ha potenza di acquisto; se rimane sepolto in una cassa a che serve? L’avaro non si accorge che accumulando diventa egli stesso il ladro delle proprie ricchezze, egli stesso il tarlo che le consuma invano. L’avidità con la quale le accumula, sottraendole al proprio onesto e decoroso sostentamento, e un vero furto che consuma a suo danno, e l’inoperosità nella quale rimangono e il vero tarlo che le rode.

Quante volte le oscillazioni del cambio o le improvvise crisi politiche hanno consumato patrimoni vistosissimi? Quante volte terremoto, o l’incendio o altre cause hanno consunto come tarli proprietà che sembravano incrollabili? E non sono tarli che rodono le ricchezze anche le tasse, gli interessi dei debiti, la vorace rapacità di parenti scialacquatori, le insidie degli imbroglioni e la stessa inettezza amministratrice?

Oggi specialmente nessun tesoro è sicuro, e nei rivolgimenti politici avviene tanto spesso che il ladro è il governo, e il tarlo è fisco. I titoli di rendita scadono, la moneta liquida si deprezza, e l’inflazione può polverizzarla. Nei tempi dell’inflazione chi aveva milioni si ridusse da un giorno all’altro ad avere decimi di centesimi! La ricchezza immobiliare può essere incamerata, la produzione propria requisita o confiscata, la stessa base aurea della moneta può, sostituirsi, i grandissimi valori possono essere deprezzati dalle grandi carestie, anche quando sono intatti.

Insomma tutte le ricchezze hanno questa caratteristica divinamente vera dataci da Gesù Cristo: il ladro che ruba è il tarlo che divora.

Solo Gesù poteva in due parole caratterizzare l’economia finanziaria di tutti i tempi!

Egli perciò ci esorta a volgere il cuore e i desideri dell’anima a Dio solo, e ad illuminare tutta la nostra vita con questa luce ineffabile che non può giammai farci deviare in aspirazioni fatue e in conseguimenti vani. La luce di Dio, la Fede, la speranza dei beni eterni è l’amore di Dio solo sopra tutte le cose è quello che è l’occhio sano per il corpo: se l’occhio è semplice, cioè non è né presbite, né miope, né astigmatico né in qualunque modo infermo, se non confonde le cose lontane o le vicine e se non le vede in un angolo falso, allora tutto il corpo è illuminato, cioè è diretto bene da questa mirabile lampada. Se poi è infermo, allora tutto gli è velato o ottenebrato e, non percependo la luce, sta nella oscurità anche tra i fulgori del sole.

Il paragone dato da Gesù è bellissimo per mostrare che Dio solo è la luce della nostra vita, e il guardare Lui solo è l’indirizzo bello della nostra attività.

La mancanza di Fede ci fa miopi per le cose lontane, la mancanza di speranza ci fa presbiti per le cose vicine, la mancanza di amore ci fa astigmatici per l’oggetto del nostro cuore. Non vediamo la realtà dell’avvenire eterno, non vediamo la realtà di ciò che ci circonda, non vediamo la realtà, e diremmo il vero foco, la vera linea visiva di ciò che ci attrae, e praticamente siamo tutti in tenebre.

Al contrario, con la fede vediamo i beni futuri, con la speranza discerniamo i veri lineamenti dei beni presenti, con l’amore di Dio vediamo Lui e le creature nel vero posto che hanno.

Le visuali della famosa, esasperante e seccantissima filosofia sono miopi; le visuali dei sensi sono presbiti, le visuali delle passioni sono astigmatiche. Un occhio cattivo e praticamente cieco, massime se è leso nella retina e guarda in una direzione falsa: volge lo sguardo di fronte e vede una macchia nera; allora guarda a sghimbescio ma non vede di fronte. Sono malanni causati da infezione di sangue e da erosioni luetiche… Quanti non vedono più al posto di Dio che una macchia nera, il nulla, l’inesistente, e non credono più, e la loro vita è tutta tenebre perché sono sifilitici nello spirito per la lue della carne che li ha infettati! Non hanno neppure una visione confusa del bene vero, vedono nero, sono atei, nudisti, e simile canaglia, piena di lue, fradicia di sifilide, che ha eroso il punto che doveva riflettere la luce di Dio, e lo ha invaso da emorragia interna e vede tutto rosso, tutto sotto lo straccio tinto di stragi dell’ateismo anticristiano e bestiale!

Guardare Dio nella fede, nella speranza e nella carità, è vita per l’anima; guardarlo, avendo l’intenzione pura a Lui solo e desiderando conoscerlo e glorificarlo, è riflettore che raccoglie le luci dell’Infinito e le trasmette in infinito. Operare per Dio solo, volgere a Lui tutto il cuore, elevarsi nella meditazione e nella contemplazione delle sue grandezze significa avere uno sguardo nuovo, una luce nuova che guida all’eroismo le potenze dell’anima, le infiamma di amore e le rende luce e fiamma di amore per gli altri.

O mio Dio, o eterna ed infinita grandezza, perché oggi le anime sono così poco desiderose della luce mistica e così incapaci di averla? Perche l’occhio dell’orazione e così offuscato e pieno di cispa, da rendere tediosa la contemplazione delle tue grandezze? Perché non si posa, proprio come riflettore, per raccogliere dall’Infinito lo splendore che l’illumina, e che gli dona poi un fascio di luce d’intelligenza e di amore che glorifica Dio nell’intensità dell’amore che in Lui si slancia? Perché e così infermo da non tollerare la luce, e da non saper rimanere nei suoi raggi? Perché scambia i colori del cielo con quelli della terra, come gli occhi degli infermi di daltonismo, e non discerne più la bellezza dei riflessi eterni, fermandosi sulle misere luci delle creature? Perché l’occhio spirituale non si educa a vedere a poco a poco la tua luce? Ridonaci la vista spirituale, o mio Dio, perche siamo attratti in Te solo!
(Servo di DIo DOn DOlindo Ruotolo)

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Il Rosario è composto di venti "misteri" (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, in quattro Corone.

La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).

«Questa indicazione non intende tuttavia limitare una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria, a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti» (Rosarium Virginis Mariae, n. 38).

Per aiutare l'itinerario meditativo-contemplativo del Rosario, ad ogni "mistero" sono riportati due testi di riferimento: il primo della Sacra Scrittura, il secondo del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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