venerdì 11 gennaio 2013

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA XXI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO (11 FEBBRAIO 2013)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI 
PER LA XXI GIORNATA MONDIALE DEL MALATO 
(11 FEBBRAIO 2013)

«Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10, 37)

Cari fratelli e sorelle!

1. L’11 febbraio 2013, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes, si celebrerà in forma solenne, presso il Santuario mariano di Altötting, la XXI Giornata Mondiale del Malato. Tale giornata è per i malati, per gli operatori sanitari, per i fedeli cristiani e per tutte le persone di buona volontà «momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il Santo Volto di Cristo che, soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell’umanità» (Giovanni Paolo II, Lettera istitutiva della Giornata Mondiale del Malato, 13 maggio 1992, 3). In questa circostanza, mi sento particolarmente vicino a ciascuno di voi, cari ammalati che, nei luoghi di assistenza e di cura o anche a casa, vivete un difficile momento di prova a causa dell’infermità e della sofferenza. A tutti giungano le parole rassicuranti dei Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Non siete né abbandonati, né inutili: voi siete chiamati da Cristo, voi siete la sua trasparente immagine» (Messaggio ai poveri, ai malati e ai sofferenti).

2. Per accompagnarvi nel pellegrinaggio spirituale che da Lourdes, luogo e simbolo di speranza e di grazia, ci conduce verso il Santuario di Altötting, vorrei proporre alla vostra riflessione la figura emblematica del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37). La parabola evangelica narrata da san Luca si inserisce in una serie di immagini e racconti tratti dalla vita quotidiana, con cui Gesù vuole far comprendere l’amore profondo di Dio verso ogni essere umano, specialmente quando si trova nella malattia e nel dolore. Ma, allo stesso tempo, con le parole conclusive della parabola del Buon Samaritano, «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), il Signore indica qual è l’atteggiamento che deve avere ogni suo discepolo verso gli altri, particolarmente se bisognosi di cura. Si tratta quindi di attingere dall’amore infinito di Dio, attraverso un’intensa relazione con Lui nella preghiera, la forza di vivere quotidianamente un’attenzione concreta, come il Buon Samaritano, nei confronti di chi è ferito nel corpo e nello spirito, di chi chiede aiuto, anche se sconosciuto e privo di risorse. Ciò vale non solo per gli operatori pastorali e sanitari, ma per tutti, anche per lo stesso malato, che può vivere la propria condizione in una prospettiva di fede: «Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore» (Enc. Spe salvi, 37).

3. Vari Padri della Chiesa hanno visto nella figura del Buon Samaritano Gesù stesso, e nell’uomo incappato nei briganti Adamo, l’Umanità smarrita e ferita per il proprio peccato (cfr Origene, Omelia sul Vangelo di Luca XXXIV, 1-9; Ambrogio, Commento al Vangelo di san Luca, 71-84; Agostino, Discorso 171). Gesù è il Figlio di Dio, Colui che rende presente l’amore del Padre, amore fedele, eterno, senza barriere né confini. Ma Gesù è anche Colui che “si spoglia” del suo “abito divino”, che si abbassa dalla sua “condizione” divina, per assumere forma umana (Fil 2,6-8) e accostarsi al dolore dell’uomo, fino a scendere negli inferi, come recitiamo nel Credo, e portare speranza e luce. Egli non considera un tesoro geloso il suo essere uguale a Dio, il suo essere Dio (cfr Fil 2,6), ma si china, pieno di misericordia, sull’abisso della sofferenza umana, per versare l’olio della consolazione e il vino della speranza.

4. L’Anno della fede che stiamo vivendo costituisce un’occasione propizia per intensificare la diaconia della carità nelle nostre comunità ecclesiali, per essere ciascuno buon samaritano verso l’altro, verso chi ci sta accanto. A questo proposito, vorrei richiamare alcune figure, tra le innumerevoli nella storia della Chiesa, che hanno aiutato le persone malate a valorizzare la sofferenza sul piano umano e spirituale, affinché siano di esempio e di stimolo. Santa Teresa del Bambino Gesù e del Volto Santo, “esperta della scientia amoris” (Giovanni Paolo II, Lett. ap., Novo Millennio ineunte, 42), seppe vivere «in unione profonda alla Passione di Gesù» la malattia che la condusse «alla morte attraverso grandi sofferenze». (Udienza Generale, 6 aprile 2011). Il Venerabile Luigi Novarese, del quale molti ancora oggi serbano vivo il ricordo, nell’esercizio del suo ministero avvertì in modo particolare l’importanza della preghiera per e con gli ammalati e i sofferenti, che accompagnava spesso nei Santuari mariani, in speciale modo alla grotta di Lourdes. Mosso dalla carità verso il prossimo, Raoul Follereau ha dedicato la propria vita alla cura delle persone affette dal morbo di Hansen sin nelle aree più remote del pianeta, promuovendo fra l’altro la Giornata Mondiale contro la Lebbra. La beata Teresa di Calcutta iniziava sempre la sua giornata incontrando Gesù nell’Eucaristia, per uscire poi nelle strade con la corona del Rosario in mano ad incontrare e servire il Signore presente nei sofferenti, specialmente in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Sant’Anna Schäffer di Mindelstetten seppe, anche lei, in modo esemplare unire le proprie sofferenze a quelle di Cristo: «il letto di dolore diventò… cella conventuale e la sofferenza costituì il suo servizio missionario… Confortata dalla Comunione quotidiana, ella diventò un’instancabile strumento di intercessione nella preghiera e un riflesso dell’amore di Dio per molte persone che cercavano il suo consiglio» (Omelia per la canonizzazione, 21 ottobre 2012). Nel Vangelo emerge la figura della Beata Vergine Maria, che segue il Figlio sofferente fino al supremo sacrificio sul Golgota. Ella non perde mai la speranza nella vittoria di Dio sul male, sul dolore e sulla morte, e sa accogliere con lo stesso abbraccio di fede e di amore il Figlio di Dio nato nella grotta di Betlemme e morto sulla croce. La sua ferma fiducia nella potenza divina viene illuminata dalla Risurrezione di Cristo, che dona speranza a chi si trova nella sofferenza e rinnova la certezza della vicinanza e della consolazione del Signore.

5. Vorrei infine rivolgere il mio pensiero di viva riconoscenza e di incoraggiamento alle istituzioni sanitarie cattoliche e alla stessa società civile, alle diocesi, alle comunità cristiane, alle famiglie religiose impegnate nella pastorale sanitaria, alle associazioni degli operatori sanitari e del volontariato. In tutti possa crescere la consapevolezza che «nell’accoglienza amorosa e generosa di ogni vita umana, soprattutto se debole e malata, la Chiesa vive oggi un momento fondamentale della sua missione» (Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Christifideles laici, 38).

Affido questa XXI Giornata Mondiale del Malato all’intercessione della Santissima Vergine Maria delle Grazie venerata ad Altötting, affinché accompagni sempre l’umanità sofferente, in cerca di sollievo e di ferma speranza, aiuti tutti coloro che sono coinvolti nell’apostolato della misericordia a diventare dei buoni samaritani per i loro fratelli e sorelle provati dalla malattia e dalla sofferenza, mentre ben volentieri imparto la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 2 gennaio 2013 

Benedictus PP XVI



© Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 5 gennaio 2013

I MAGI E L'ADORAZIONE DEL REDENTORE


Commento al Vangelo – II Domenica dopo Natale C 2013 (Mt 2,1-12)
Epifania del Signore

I Magi e l’adorazione del Redentore
       Quando nacque Gesù Cristo, regnava nella Giudea Erode, chiamato il Grande, si direbbe per una storica ironia, perché se fece molti lavori pubblici, fu un crudelissimo tiranno, e ottenne il regno a furia d’intrighi col senato romano. L’evangelista fa notare intenzionalmente che regnava Erode, un Idumeo straniero che rappresentava per di più l’autorità dei Romani, per far notare che Gesù Cristo, secondo la profezia di Giacobbe (cf Gn 49,10), era nato quando lo scettro regale era stato tolto a Giuda. Erode era padre di quell’Erode, tetrarca della Galilea che fece poi decapitare il Battista e schernì Gesù Cristo nella sua Passione. Alla sua morte, infatti, il regno venne diviso dai Romani in quattro tetrarchie e dato ai suoi figli; terminò così anche quella parvenza di regno che egli era riuscito a conquistare.
       Gesù Cristo nacque a Betlemme di Giuda, chiamata anche Efrata, piccola borgata situata a circa due ore di cammino a sud di Gerusalemme. Vi era un’altra Betlemme situata nella tribù di Zabulon in Galilea, e l’evangelista aggiunge al nome della città la regione cui apparteneva, per mostrare che il Redentore era nato nella città di Davide come suo discendente, e aveva compiuto, con la sua nascita, la profezia di Michea, ricordata ad Erode stesso dai principi dei sacerdoti.
       Non può dirsi con precisione da quanto tempo era nato il Redentore, quando alcuni sapienti dell’oriente, chiamati perciò con parola generica Magi, si recarono a Gerusalemme per adorare il nato Re, essendo stati chiamati alla sua culla da un astro fulgentissimo che era apparso nel cielo.
       Questi Magi studiavano astrologia, e non ignoravano la profezia di Balaam (cf Nm 24,17), con la quale si annunciava l’apparizione di una nuova stella in Giacobbe alla nascita del promesso Messia. All’apparizione della stella che era come una meteora luminosa, si sentirono internamente ispirati ad andare a Gerusalemme per far ricerca del nato Re, e intrapresero il lungo viaggio. Essi venivano probabilmente dall’Arabia e, secondo la comune tradizione, erano tre, sapienti e principi, tenuti in grande considerazione nel loro paese. La stella quasi li invitava al viaggio, perché si librava nell’atmosfera come un segno che indicava la direzione del cammino da intraprendere, e mostrava di muoversi in quella direzione. Non era dunque un astro che aveva un moto circolare, non poteva essere un’illusione, non poteva essere un segno confondibile con un fenomeno sidereo qualunque: era un segno celeste, una chiamata di Dio.
       La fede dei Magi fu grande, perché il viaggio non era facile, e fu grande soprannaturalmente, perché essi non avrebbero avuto interesse ad andare a conoscere un neonato re, se non avessero sentito e creduto che quel Re era il Salvatore promesso. Era la primizia dei pagani che il Signore chiamava alla fede – come dice la Chiesa –, era la rappresentanza del mondo che veniva a rendere omaggio all’Uomo Dio, e veniva a scuotere un po’ l’indifferenza con la quale era stato ricevuto in terra che pur lo aveva aspettato.
       È evidente dalla Tradizione e dal medesimo contesto del Vangelo che la stella li accompagnò durante il viaggio, e che si eclissò forse quando entrarono nella terra d’Israele.
       Dio che è infinita economia e non compie opere superflue, fece eclissare il segno straordinario dove era possibile essere guidati dai lumi naturali di chi stava al pubblico potere. Potrebbe anche supporsi che le nubi avessero eclissato la meteora e che essa rimanesse solo occultata nell’atmosfera. Comunque sia, i Magi, non sapendo dove andare, si rivolsero al re Erode, come a colui che avrebbe dovuto essere informato della nascita dell’atteso Messia. Con la semplicità che caratterizzava i popoli orientali, essi domandarono dove fosse nato il re dei Giudei, avendo visto la sua stella in oriente. Erode che aveva consumato tanti delitti per avere e conservare il regno, fu costernato a questa notizia, perché sapeva benissimo che gli Ebrei aspettavano un liberatore, e che da tutti si diceva prossimo l’evento. Dissimulò, pertanto, il suo turbamento e, nel suo crudele animo, fece già il piano di sbarazzarsi del nato Re, uccidendolo. Chiamò i capi delle classi sacerdotali e i dottori della Legge, e domandò loro con insistenza dove sarebbe dovuto nascere il Cristo. La sua domanda suscitò un turbamento in tutta Gerusalemme, perché la carovana degli stranieri che vi erano giunti, l’annuncio del compimento delle promesse, e forse soprattutto il timore della crudeltà del tiranno, sconvolto dall’annuncio della nascita del re aspettato, faceva temere al popolo qualche brutta sorpresa. L’ingratitudine umana, poi, non ha limiti, dolorosamente; il popolo si era adattato al regime di oppressione e, come tutti i popoli decaduti, preferiva rimanere supinamente oppresso, anziché venire in urto con chi lo dominava.
       Il Vangelo dice espressamente che Erode si turbò e con lui tutta Gerusalemme; non fu dunque un moto di commozione per l’annuncio del nato Re, ma un timore grande di nuove oppressioni da parte del tiranno, e di complicazioni penose che rese il popolo solidale col perfido monarca.
       Il prestigio dei Magi non doveva essere indifferente, se Erode prese in tanta considerazione la loro domanda, e la stimò così vera, da radunare il consiglio dei sacerdoti e degli scribi, per sapere da loro la risposta che avrebbe dovuto dare. Si sapeva che le profezie riguardanti il Redentore erano determinate, e questo non poteva ignorarlo lo stesso Erode; non era dunque difficile rispondere ai Magi, facendo capo alle Scritture. Il consiglio dei sacerdoti e degli scribi, infatti, fu unanime nell’affermare che il Redentore doveva nascere a Betlemme di Giuda, secondo la profezia di Michea.
       L’evangelista non cita letteralmente la profezia, ma il senso che dà è preciso. Michea dice che Betlemme è piccola fra le mille città di Giuda ma, nascendo da essa il Redentore, è grande; san Matteo dice nel medesimo senso che essa non è la minima tra le città principali di Giuda, perché da essa esce il condottiero che deve reggere il popolo d’Israele.
       Avuta la risposta, Erode chiamò segretamente a sé i Magi, perché volle evitare che il popolo li accompagnasse e andasse dal nato Messia, e s’informò minutamente del tempo nel quale era loro comparsa la stella. La risposta dei sacerdoti lo aveva anche di più insospettito e preoccupato, perché essa aveva un grande valore innanzi al popolo, e avrebbe potuto provocare una sommossa contro la sua usurpata autorità. Astuto com’era, finse di volersi recare anch’egli ad adorare il nato Re, e mandò i Magi a Betlemme perché l’avessero ricercato, e gli avessero riferito minutamente intorno al luogo dove si trovava. Voleva saperlo per poi farlo uccidere, e s’informò del tempo della comparsa della stella perché, al suo animo crudele, abituato alle stragi, già balenava l’idea di non ucciderlo direttamente attirandosi l’odiosità popolare, ma di coinvolgerlo in una strage comune.
       Appena udita la risposta del re, i Magi partirono, ed ecco che la stella, visto nell’oriente ed eclissata ai loro sguardi, riapparve nel cielo, con immensa gioia del loro animo, indicò la via da percorrere e si fermò sulla grotta dov’era ricoverato Gesù; è probabile, infatti, che la Vergine Santissima fosse stata costretta a rimanere in quella grotta, continuando l’affluenza dei forestieri a Betlemme per il censimento. Forse la dolcissima Mamma si fermò perché Gerusalemme era poco distante da Betlemme, ed attese il compimento dei giorni legali per presentare al tempio il Bambino; forse fu disposizione di Dio che il Verbo Incarnato rimanesse ancora in quella povertà estrema, per manifestarsi così ai pagani. Il fatto certo è che Maria stava ancora a Betlemme all’arrivo dei Magi, e si trovò sola col Bambinello, essendo andato san Giuseppe o a lavorare o a disbrigare faccende.
       I Magi non videro nulla di straordinario, ma videro ciò che era immensamente straordinario da ferire l’anima d’amore: videro Maria col suo Bambino divino e furono talmente colpiti dalla santità della Madre e dalla maestà del Figlio che si prostrarono e lo adorarono, non a mo’ di saluto, perché non avrebbero potuto salutare un infante, ma lo adorarono come Re e come Dio, e gli offrirono doni, come soleva farsi ai re, e doni particolari che si addicevano al Redentore: l’oro, l’incenso e la mirra. Con l’oro lo riconobbero Re, con l’incenso lo confessarono Dio, con la mirra riconobbero la sua condizione di Vittima.
         Innanzi a Gesù Cristo e a Maria Santissima si sentirono infiammati d’amore, provarono una felicità mai sentita nella loro vita e, avvertiti in sogno di non ritornare da Erode, temendo di essere vigilati dal tiranno, se ne ritornarono per un’altra strada, segretamente, al loro paese.
Don Dolindo Ruotolo

martedì 1 gennaio 2013

La Comunione nelle mani




La Comunione nelle mani

Dopo essere stata bocciata per tre volte, in un'ultima votazione della CEI (Conferenza Epi­scopale Italiana) è passata - per un solo voto! - la proposta di dare anche in Italia la Comu­nione nelle mani.
«Per un solo voto».
Significa che non tutti i Vescovi italiani so­no d'accordo e che questa disposizione non è un dogma di fede; perciò non bisogna considerar­si in peccato se non si condivide una disposizio­ne che - anche se resa «legale» da una votazio­ne - lascia perplessi.
E, pur rispettando la «legge», non possiamo sentirci in sintonia con essa.
La «legge» è appena uscita ed è già abuso. Lo si prevedeva, perché già era successo in altri luoghi, e l'uomo è sempre lo stesso. Dieci anni fa, in Svizzera, fu trovata un'Ostia consa­crata adagiata su un fazzolettino di carta sul co­modino di un malato che la aveva avuta «nelle mani» dal cappellano della clinica che era pas­sato al mattino: «Adesso non mi va, la prendo dopo» fu la risposta del malato alle legittime os­servazioni.
Può sembrare strano, ma invece è nella più elementare logica delle cose: quando si ha «nelle mani» qualcosa ci si sente padroni della stessa, ci si ritiene autorizzati a farne l'uso che ci pa­re, perché la consideriamo cosa «nostra». Qualche giorno fa, nella cripta di Padre Pio in S. Giovanni Rotondo, ho partecipato ad una concelebrazione e - seduto mentre due sacer­doti distribuivano la Comunione - ho assistito a questa scena: una donna ha preso Gesù nelle mani, è andata al suo posto, si è seduta sempre con l'Ostia nelle mani e le ha dato tanti bacetti. Non intendo mettere in dubbio la buona fe­de di questa novella Maddalena che, all'ombra di padre Pio - avuto finalmente il «suo» Gesù nelle mani - ha potuto sfogare tutta la sua de­vozione convinta di avere il placet della legge. Metto in dubbio la validità della legge che ciò ha permesso.
E metto in dubbio la serietà di quanti per­mettono che la «legge» venga posta in atto sen­za aver preventivamente spiegato i limiti della «legge» stessa, che è chiarissima in questo sen­so, ed impone che il fedele consumi la Particola dinanzi al Sacerdote stesso, spostandosi di lato.
Perché i Sacerdoti che distribuiscono la Co­munione non esigono dai fedeli l'osservanza del­la «legge»?
Ogni Sacerdote ha il dovere di richiamare il fedele che non rispetta le norme, e non deve con­tinuare a distribuire l'Eucaristia quando i pii devoti se ne tornano al banco custodendo il « lo­ro» Gesù nelle mani, con la gioia che ha il bam­bino quando ha preso una farfalla e la chiude nelle sue mani gridando «l'ho presa, l'ho presa! » e accingendosi magari a toglierle le ali perché ormai «l'ha presa» e quindi può farne quello che vuole.
Una volta, tra le prove d'obbligo dei nuovi adepti alla massoneria, c'era proprio l'incetta delle Ostie consacrate che essi dovevano fare, peregrinando di chiesa in chiesa, dopo essersi bagnata la bocca con un preparato a base di ace­to che bloccava la salivazione e faceva sì che la Particola restasse per qualche tempo sulla lin­gua senza sciogliersi.
Dopo, tornati al banco, devotamente inginoc­chiati, mettendosi le mani sul viso in atto di pro­fondo raccoglimento, i procacciatori di Ostie de­ponevano in un fazzoletto la sudata preda e la consegnavano ai loro mandanti.
Tali Ostie venivano usate in cerimonie para­liturgiche (le oggi tanto diffuse «messe nere») nelle quali satana e i suoi adepti danno - a mo­do loro - la propria testimonianza di fede alla reale presenza di Gesù nell'Eucaristia.
Oggi tutto è semplificato: è proprio la Chie­sa, nella persona del Sacerdote, che «mette nel­le mani» di chi lo desidera il suo capitale più prezioso, Gesù Eucaristia, Dio presente in Cor­po, Anima, Spirito e Divinità tra i Suoi «figli». Ma quanti danno Gesù Eucaristia «nelle mani» di chiunque senza far rispettare le norme che re­golano la nuova liturgia stiano attenti perché po­trebbero divenire - senza rendersene neanche conto - dei Giuda che « danno nelle mani » del­l'avversario (Mt 26,15) il loro Maestro e Signo­re che a loro si è affidato perché di loro si è fi­dato.
E, alla resa dei conti, il «conto» sarò saldato. Ciascuno si regolerà come crederà più op­portuno, perché la libertà è sacra; ma stiamo ben attenti all'uso che ne facciamo perché è un'arma a doppio taglio, e potrebbe accadere che il «Pane di vita» diventi «condanna»:
«Chiunque in modo indegno mangia il pa­ne o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto esamini se stesso...» (1 Cor 11,27-28)

P. Andrea D'Ascanio

lunedì 24 dicembre 2012

Santo Natale

Opera San Francesco
Che la luce del piccolo Bambino Gesù illumini il tuo cuore, la tua mente e la tua casa, ti doni la forza del suo amore, perché anche nelle debolezze e delusioni lo puoi sentire vicino come unico salvatore.
Auguri sinceri!
Maria Maistrini

venerdì 14 dicembre 2012

La fede rende leggere le croci

SONO STATA ILLUMINATA DALLA POTENTE LUCE DI DIO CHE CON IL SUO AMORE HA RAVVIVATO LA MIA FEDE RENDENDO LEGGERE LE CROCI, LE SOFFERENZE ,LE TRIBOLAZIONI E SOSTENENDOMI LUNGO IL FATICOSO CAMMINO DELLA VITA.
AVE MARIA!

Maria Maistrini

BEATI GLI OPERATORI DI PACE


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
XLVI GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 


1° GENNAIO 2013

BEATI GLI OPERATORI DI PACE

1. Ogni anno nuovo porta con sé l’attesa di un mondo migliore. In tale prospettiva, prego Dio, Padre dell’umanità, di concederci la concordia e la pace, perché possano compiersi per tutti le aspirazioni di una vita felice e prospera.

A 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II, che ha consentito di rafforzare la missione della Chiesa nel mondo, rincuora constatare che i cristiani, quale Popolo di Dio in comunione con Lui e in cammino tra gli uomini, si impegnano nella storia condividendo gioie e speranze, tristezze ed angosce [1], annunciando la salvezza di Cristo e promuovendo la pace per tutti.

In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo.

Allarmano i focolai di tensione e di contrapposizione causati da crescenti diseguaglianze fra ricchi e poveri, dal prevalere di una mentalità egoistica e individualista espressa anche da un capitalismo finanziario sregolato. Oltre a svariate forme di terrorismo e di criminalità internazionale, sono pericolosi per la pace quei fondamentalismi e quei fanatismi che stravolgono la vera natura della religione, chiamata a favorire la comunione e la riconciliazione tra gli uomini.

E tuttavia, le molteplici opere di pace, di cui è ricco il mondo, testimoniano l’innata vocazione dell’umanità alla pace. In ogni persona il desiderio di pace è aspirazione essenziale e coincide, in certa maniera, con il desiderio di una vita umana piena, felice e ben realizzata. In altri termini, il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo. L’uomo è fatto per la pace che è dono di Dio.

Tutto ciò mi ha suggerito di ispirarmi per questo Messaggio alle parole di Gesù Cristo: « Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio » (Mt 5,9).

La beatitudine evangelica

2. Le beatitudini, proclamate da Gesù (cfr Mt 5,3-12 e Lc 6,20-23), sono promesse. Nella tradizione biblica, infatti, quello della beatitudine è un genere letterario che porta sempre con sé una buona notizia, ossia un vangelo, che culmina in una promessa. Quindi, le beatitudini non sono solo raccomandazioni morali, la cui osservanza prevede a tempo debito – tempo situato di solito nell’altra vita – una ricompensa, ossia una situazione di futura felicità. La beatitudine consiste, piuttosto, nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore. Coloro che si affidano a Dio e alle sue promesse appaiono spesso agli occhi del mondo ingenui o lontani dalla realtà. Ebbene, Gesù dichiara ad essi che non solo nell’altra vita, ma già in questa scopriranno di essere fi gli di Dio, e che da sempre e per sempre Dio è del tutto solidale con loro. Comprenderanno che non sono soli, perché Egli è dalla parte di coloro che s’impegnano per la verità, la giustizia e l’amore. Gesù, rivelazione dell’amore del Padre, non esita ad offrirsi nel sacrificio di se stesso. Quando si accoglie Gesù Cristo, Uomo-Dio, si vive l’esperienza gioiosa di un dono immenso: la condivisione della vita stessa di Dio, cioè la vita della grazia, pegno di un’esistenza pienamente beata. Gesù Cristo, in particolare, ci dona la pace vera che nasce dall’incontro fiducioso dell’uomo con Dio.

La beatitudine di Gesù dice che la pace è dono messianico e opera umana ad un tempo. In effetti, la pace presuppone un umanesimo aperto alla trascendenza. È frutto del dono reciproco, di un mutuo arricchimento, grazie al dono che scaturisce da Dio e permette di vivere con gli altri e per gli altri. L’etica della pace è etica della comunione e della condivisione. È indispensabile, allora, che le varie culture odierne superino antropologie ed etiche basate su assunti teorico-pratici meramente soggettivistici e pragmatici, in forza dei quali i rapporti della convivenza vengono ispirati a criteri di potere o di profitto, i mezzi diventano fini e viceversa, la cultura e l’educazione sono centrate soltanto sugli strumenti, sulla tecnica e sull’efficienza. Precondizione della pace è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo. La pace è costruzione della convivenza in termini razionali e morali, poggiando su un fondamento la cui misura non è creata dall’uomo, bensì da Dio. « Il Signore darà potenza al suo popolo, benedirà il suo popolo con la pace », ricorda il Salmo 29 (v. 11).

La pace: dono di Dio e opera dell’uomo

3. La pace concerne l’integrità della persona umana ed implica il coinvolgimento di tutto l’uomo. È pace con Dio, nel vivere secondo la sua volontà. È pace interiore con se stessi, e pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato. Comporta principalmente, come scrisse il beato Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, di cui tra pochi mesi ricorrerà il cinquantesimo anniversario, la costruzione di una convivenza fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia [2]. La negazione di ciò che costituisce la vera natura dell’essere umano, nelle sue dimensioni essenziali, nella sua intrinseca capacità di conoscere il vero e il bene e, in ultima analisi, Dio stesso, mette a repentaglio la costruzione della pace. Senza la verità sull’uomo, iscritta dal Creatore nel suo cuore, la libertà e l’amore sviliscono, la giustizia perde il fondamento del suo esercizio.

Per diventare autentici operatori di pace sono fondamentali l’attenzione alla dimensione trascendente e il colloquio costante con Dio, Padre misericordioso, mediante il quale si implora la redenzione conquistataci dal suo Figlio Unigenito. Così l’uomo può vincere quel germe di oscuramento e di negazione della pace che è il peccato in tutte le sue forme: egoismo e violenza, avidità e volontà di potenza e di dominio, intolleranza, odio e strutture ingiuste.

La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana. Essa si struttura, come ha insegnato l’Enciclica Pacem in terris, mediante relazioni interpersonali ed istituzioni sorrette ed animate da un « noi » comunitario, implicante un ordine morale, interno ed esterno, ove si riconoscono sinceramente, secondo verità e giustizia, i reciproci diritti e i vicendevoli doveri. La pace è ordine vivificato ed integrato dall’amore, così da sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, fare partecipi gli altri dei propri beni e rendere sempre più diffusa nel mondo la comunione dei valori spirituali. È ordine realizzato nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di persone, che per la loro stessa natura razionale, assumono la responsabilità del proprio operare [3].

La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo. Infatti, Dio stesso, mediante l’incarnazione del Figlio e la redenzione da Lui operata, è entrato nella storia facendo sorgere una nuova creazione e una nuova alleanza tra Dio e l’uomo (cfr Ger 31,31-34), dandoci la possibilità di avere « un cuore nuovo » e « uno spirito nuovo » (cfr Ez 36,26).

Proprio per questo, la Chiesa è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e anche della pace. Gesù, infatti, è la nostra pace, la nostra giustizia, la nostra riconciliazione (cfr Ef 2,14; 2 Cor 5,18). L’operatore di pace, secondo la beatitudine di Gesù, è colui che ricerca il bene dell’altro, il bene pieno dell’anima e del corpo, oggi e domani.

Da questo insegnamento si può evincere che ogni persona e ogni comunità – religiosa, civile, educativa e culturale –, è chiamata ad operare la pace. La pace è principalmente realizzazione del bene comune delle varie società, primarie ed intermedie, nazionali, internazionali e in quella mondiale. Proprio per questo si può ritenere che le vie di attuazione del bene comune siano anche le vie da percorrere per ottenere la pace.

Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità

4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.

Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.

Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.

Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace.

Perciò, è anche un’importante cooperazione alla pace che gli ordinamenti giuridici e l’amministrazione della giustizia riconoscano il diritto all’uso del principio dell’obiezione di coscienza nei confronti di leggi e misure governative che attentano contro la dignità umana, come l’aborto e l’eutanasia.

Tra i diritti umani basilari, anche per la vita pacifica dei popoli, vi è quello dei singoli e delle comunità alla libertà religiosa. In questo momento storico, diventa sempre più importante che tale diritto sia promosso non solo dal punto di vista negativo, come libertà da – ad esempio, da obblighi e costrizioni circa la libertà di scegliere la propria religione –, ma anche dal punto di vista positivo, nelle sue varie articolazioni, come libertà di: ad esempio, di testimoniare la propria religione, di annunciare e comunicare il suo insegnamento; di compiere attività educative, di beneficenza e di assistenza che permettono di applicare i precetti religiosi; di esistere e agire come organismi sociali, strutturati secondo i principi dottrinali e i fini istituzionali che sono loro propri. Purtroppo, anche in Paesi di antica tradizione cristiana si stanno moltiplicando gli episodi di intolleranza religiosa, specie nei confronti del cristianesimo e di coloro che semplicemente indossano i segni identitari della propria religione.

L’operatore di pace deve anche tener presente che, presso porzioni crescenti dell’opinione pubblica, le ideologie del liberismo radicale e della tecnocrazia insinuano il convincimento che la crescita economica sia da conseguire anche a prezzo dell’erosione della funzione sociale dello Stato e delle reti di solidarietà della società civile, nonché dei diritti e dei doveri sociali. Ora, va considerato che questi diritti e doveri sono fondamentali per la piena realizzazione di altri, a cominciare da quelli civili e politici.

Tra i diritti e i doveri sociali oggi maggiormente minacciati vi è il diritto al lavoro. Ciò è dovuto al fatto che sempre più il lavoro e il giusto riconoscimento dello statuto giuridico dei lavoratori non vengono adeguatamente valorizzati, perché lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalla piena libertà dei mercati. Il lavoro viene considerato così una variabile dipendente dei meccanismi economici e finanziari. A tale proposito, ribadisco che la dignità dell’uomo, nonché le ragioni economiche, sociali e politiche, esigono che si continui « a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti » [4]. In vista della realizzazione di questo ambizioso obiettivo è precondizione una rinnovata considerazione del lavoro, basata su principi etici e valori spirituali, che ne irrobustisca la concezione come bene fondamentale per la persona, la famiglia, la società. A un tale bene corrispondono un dovere e un diritto che esigono coraggiose e nuove politiche del lavoro per tutti.

Costruire il bene della pace mediante un nuovo modello di sviluppo e di economia

5. Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia. Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo. Non è sufficiente avere a disposizione molti mezzi e molte opportunità di scelta, pur apprezzabili. Tanto i molteplici beni funzionali allo sviluppo, quanto le opportunità di scelta devono essere usati secondo la prospettiva di una vita buona, di una condotta retta che riconosca il primato della dimensione spirituale e l’appello alla realizzazione del bene comune. In caso contrario, essi perdono la loro giusta valenza, finendo per assurgere a nuovi idoli.

Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico. Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività. In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono [5]. Concretamente, nell’attività economica l’operatore di pace si configura come colui che instaura con i collaboratori e i colleghi, con i committenti e gli utenti, rapporti di lealtà e di reciprocità. Egli esercita l’attività economica per il bene comune, vive il suo impegno come qualcosa che va al di là del proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future. Si trova così a lavorare non solo per sé, ma anche per dare agli altri un futuro e un lavoro dignitoso.

Nell’ambito economico, sono richieste, specialmente da parte degli Stati, politiche di sviluppo industriale ed agricolo che abbiano cura del progresso sociale e dell’universalizzazione di uno Stato di diritto e democratico. È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri. La sollecitudine dei molteplici operatori di pace deve inoltre volgersi – con maggior risolutezza rispetto a quanto si è fatto sino ad oggi – a considerare la crisi alimentare, ben più grave di quella finanziaria. Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari è tornato ad essere centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici e a un insufficiente controllo da parte dei Governi e della Comunità internazionale. Per fronteggiare tale crisi, gli operatori di pace sono chiamati a operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.

Educazione per una cultura di pace: il ruolo della famiglia e delle istituzioni

6. Desidero ribadire con forza che i molteplici operatori di pace sono chiamati a coltivare la passione per il bene comune della famiglia e per la giustizia sociale, nonché l’impegno di una valida educazione sociale.

Nessuno può ignorare o sottovalutare il ruolo decisivo della famiglia, cellula base della società dal punto di vista demografico, etico, pedagogico, economico e politico. Essa ha una naturale vocazione a promuovere la vita: accompagna le persone nella loro crescita e le sollecita al mutuo potenziamento mediante la cura vicendevole. In specie, la famiglia cristiana reca in sé il germinale progetto dell’educazione delle persone secondo la misura dell’amore divino. La famiglia è uno dei soggetti sociali indispensabili nella realizzazione di una cultura della pace. Bisogna tutelare il diritto dei genitori e il loro ruolo primario nell’educazione dei figli, in primo luogo nell’ambito morale e religioso. Nella famiglia nascono e crescono gli operatori di pace, i futuri promotori di una cultura della vita e dell’amore [6].

In questo immenso compito di educazione alla pace sono coinvolte in particolare le comunità religiose. La Chiesa si sente partecipe di una così grande responsabilità attraverso la nuova evangelizzazione, che ha come suoi cardini la conversione alla verità e all’amore di Cristo e, di conseguenza, la rinascita spirituale e morale delle persone e delle società. L’incontro con Gesù Cristo plasma gli operatori di pace impegnandoli alla comunione e al superamento dell’ingiustizia.

Una missione speciale nei confronti della pace è ricoperta dalle istituzioni culturali, scolastiche ed universitarie. Da queste è richiesto un notevole contributo non solo alla formazione di nuove generazioni di leader, ma anche al rinnovamento delle istituzioni pubbliche, nazionali e internazionali. Esse possono anche contribuire ad una riflessione scientifica che radichi le attività economiche e finanziarie in un solido fondamento antropologico ed etico. Il mondo attuale, in particolare quello politico, necessita del supporto di un nuovo pensiero, di una nuova sintesi culturale, per superare tecnicismi ed armonizzare le molteplici tendenze politiche in vista del bene comune. Esso, considerato come insieme di relazioni interpersonali ed istituzionali positive, a servizio della crescita integrale degli individui e dei gruppi, è alla base di ogni vera educazione alla pace.

Una pedagogia dell’operatore di pace

7. Emerge, in conclusione, la necessità di proporre e promuovere una pedagogia della pace. Essa richiede una ricca vita interiore, chiari e validi riferimenti morali, atteggiamenti e stili di vita appropriati. Difatti, le opere di pace concorrono a realizzare il bene comune e creano l’interesse per la pace, educando ad essa. Pensieri, parole e gesti di pace creano una mentalità e una cultura della pace, un’atmosfera di rispetto, di onestà e di cordialità. Bisogna, allora, insegnare agli uomini ad amarsi e a educarsi alla pace, e a vivere con benevolenza, più che con semplice tolleranza. Incoraggiamento fondamentale è quello di « dire no alla vendetta, di riconoscere i propri torti, di accettare le scuse senza cercarle, e infine di perdonare » [7], in modo che gli sbagli e le offese possano essere riconosciuti in verità per avanzare insieme verso la riconciliazione. Ciò richiede il diffondersi di una pedagogia del perdono. Il male, infatti, si vince col bene, e la giustizia va ricercataimitando Dio Padre che ama tutti i suoi fi gli (cfr Mt 5,21-48). È un lavoro lento, perché suppone un’evoluzione spirituale, un’educazione ai valori più alti, una visione nuova della storia umana. Occorre rinunciare alla falsa pace che promettono gli idoli di questo mondo e ai pericoli che la accompagnano, a quella falsa pace che rende le coscienze sempre più insensibili, che porta verso il ripiegamento su se stessi, verso un’esistenza atrofizzata vissuta nell’indifferenza. Al contrario, la pedagogia della pace implica azione, compassione, solidarietà, coraggio e perseveranza.

Gesù incarna l’insieme di questi atteggiamenti nella sua esistenza, fi no al dono totale di sé, fino a « perdere la vita » (cfr Mt 10,39; Lc 17,33; Gv 12,25). Egli promette ai suoi discepoli che, prima o poi, faranno la straordinaria scoperta di cui abbiamo parlato inizialmente, e cioè che nel mondo c’è Dio, il Dio di Gesù, pienamente solidale con gli uomini. In questo contesto, vorrei ricordare la preghiera con cui si chiede a Dio di renderci strumenti della sua pace, per portare il suo amore ove è odio, il suo perdono ove è offesa, la vera fede ove è dubbio. Da parte nostra, insieme al beato Giovanni XXIII, chiediamo a Dio che illumini i responsabili dei popoli, affinché accanto alla sollecitudine per il giusto benessere dei loro cittadini garantiscano e difendano il prezioso dono della pace; accenda le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, a rafforzare i vincoli della mutua carità, a comprendere gli altri e a perdonare coloro che hanno recato ingiurie, così che in virtù della sua azione, tutti i popoli della terra si affratellino e fiorisca in essi e sempre regni la desideratissima pace [8].

Con questa invocazione, auspico che tutti possano essere veri operatori e costruttori di pace, in modo che la città dell’uomo cresca in fraterna concordia, nella prosperità e nella pace.

Dal Vaticano, 8 Dicembre 2012



BENEDICTUS PP XVI

giovedì 13 dicembre 2012

L'albero di Natale e il Presepe: tradizione e storia




L’ALBERO DI NATALE…
…E IL PRESEPE:
TRADIZIONE E STORIA


Ogni anno, durante il tempo di Avvento, in coincidenza con la Solennità dell’Immacolata, tutto il mondo può ammirare i capolavori artistici realizzati, con paziente e prolungato lavoro, in una delle piazze più famose del mondo: alberi giganteschi, donati al Santo Padre dalle più svariate parti del mondo, sovrastano i meravigliosi Presepi realizzati affianco all’obelisco di Piazza san Pietro. Tuttavia non tutti, anche tra i cattolici, conoscono bene la storia e la simbologia legati a questi due segni che fanno percepire il clima natalizio; anzi, qualcuno tra coloro che conoscono un poco di storia antica si chiede quale possa essere il senso di affiancare un segno originariamente pagano (l’albero, o meglio l’abete) ad una rappresentazione chiaramente ed esplicitamente legata alla fede cristiana, quale il Presepe. La conoscenza della storia antica e recente può aiutare a comprendere il profondo significato legato a tali segni ed anche il senso (e l’importanza) del continuare a riprodurli nelle nostre case, nelle nostre Chiese e nelle nostre piazze.
L’albero di Natale è un simbolo antichissimo, di origine probabilmente nord-europea. Moltissime nazioni pagane celebravano infatti il solstizio di inverno (che cade il 21 Dicembre, ma molti popoli primitivi lo ritenevano coincidere col 25), tra cui i Celti e, successivamente, i Romani. L’uso di allestire un abete (albero sempre verde) era legato alla simbologia del trionfo e della rinascita della natura (e della vita) contro la morte, simboleggiata dall’incombere del giorno più corto dell’anno (appunto il 21 Dicembre). Quando i cristiani giunsero a Roma, trovarono già ampiamente radicata la festa del “sole invitto” (celebrata proprio il 25 Dicembre), divinità pagana che simboleggiava il trionfo del bene e della luce sul male e sull’oscurità; colsero dunque l’occasione proprio da questa tradizione pagana, per “evangelizzarla” e trasformarla in chiave cristiana. Chi è infatti il vero Sole invincibile? È Cristo, Sole sorto da Oriente per illuminare gli uomini, Vita che ha vinto la morte, Bene Sommo che ha trionfato sul Male. Lo si può rappresentare come un abete? Certamente, perché come l’abete è albero sempre verde che non può invecchiare, così Cristo, vero Dio, è Re immortale nei secoli dei secoli. Inoltre, quelle che sono le attuali decorazioni dei nostri alberi di Natale (per esempio le “palline” attaccate ai rami), simboleggiavano i frutti degli alberi, quei frutti che sarebbero tornati dopo l’inverno, che appunto proprio dopo il 21 Dicembre cominciava il suo lento declinare fino a raggiungere il solstizio d’estate (tra il 21 e il 24 Giugno). Ma Gesù non è il Frutto squisito e soavissimo del Santissimo Grembo di Maria? E non ha detto di essere la Vite e noi i tralci? E non ci ha ricordato che un albero si riconosce dai suoi frutti?
Il Presepe venne molto dopo, solo con san Francesco d’Assisi, il quale, acceso d’amore verso il Verbo incarnato, e volendo quasi toccare con mano l’abisso della sua umiliazione e della sua povertà, nel Natale del 1223 volle che fosse rappresentata al vivo (oggi lo chiameremmo “presepe vivente”) la scena della Natività: e così fu fatto, come tutti sanno, a Greccio, piccola località in provincia di Rieti. Da allora il Presepe ha fatto, per così dire, “irruzione” in tutte le case e le Chiese dell’orbe cristiano, affiancando il segno ormai “cristianizzato” dell’antico abete sempre verde.
Dunque: nel primo Millennio il Natale veniva celebrato utilizzando la simbologia “cristianizzata” dell’albero; nel secondo millennio, il segno molto più esplicito, del Presepe ha affiancato senza particolari problemi l’antico simbolo della vita e del bene.
Le cose sono però cambiate verso la fine del XX secolo. Infatti, come è noto, in Europa si è assistito ad un progressivo e veloce abbandono della fede e della pratica religiosa; si è passati da circa l’80% dei cattolici praticanti della prima metà del XX secolo al 20, talora addirittura il 10% registrato verso la fine del secondo millennio. Una vera e propria “rivoluzione laica”, che ha preteso (e pretende tuttora, come recenti fatti di cronaca confermano) di far scomparire perfino i segni che richiamano le origini cristiane dell’Europa: crocifissi estromessi da scuole e uffici (anche con sentenze di illustri Tribunali…) fino agli eventi tanto grotteschi quanto inquietanti accaduti gli scorsi anni in Inghilterra, dove fu proibito di inserire perfino la parola Natale (“Christmas”) sui biglietti di auguri! Cosa è successo, in questo contesto, ai simboli del Natale?
Molti presepi, purtroppo, sono “scomparsi”, mentre gli alberi hanno continuato a proliferare, con un significato, però, totalmente diverso e neopagano: l’albero è diventato il luogo dove si depongono i regali o dove li depone “Babbo Natale”. Sono state, così, “rispolverate” leggende pagane antiche, che, a differenza dei culti pagani antichi, sono però slegate da ogni contenuto e significato religioso.
Come hanno reagito i cattolici? Alcuni, convinti di dover opporsi a questa sorta di neopaganesimo, hanno scelto dei messaggi forti: niente alberi nelle proprie case, ma solo il Presepe; niente regali “consumistici”, ma piccoli pensierini a sfondo religioso (un bel libro, un’icona, un quadro sacro, etc.). E’ una scelta che non si può ovviamente considerare “normativa”, ma è indubbiamente una coraggiosa e significativa reazione al tentativo di far letteralmente scomparire il Cristianesimo non solo dalla società e dalla cultura, ma anche dai cuori.
Non è però questa l’unica via da percorrere. In Piazza san Pietro, infatti, si continua a vedere l’albero affianco al Presepe. La Chiesa, infatti, oltre che Maestra, è anche Madre e può fare (come di fatto, in questa circostanza, fa) la scelta di continuare a valorizzare i simboli antichi, mantenendone però la loro originaria carica e pregnanza spirituale: l’albero c’è, ma affianca il Presepe.
Si può dunque concludere che a Natale, nelle case dei cristiani non dovrebbe certamente mancare il Presepe; lo scambio dei doni natalizi lo si dovrebbe viverecristianamente, cioè, senza indulgere al consumismo, ricordarsi vicendevolmente con lo scambio di piccoli doni (magari a sfondo sacro), il Dono che il Padre ha fatto all’umanità, donandoci il Suo Figlio Unigenito. Se si vuole si può affiancare l’albero al Presepe, purché lo si intenda come facevano i cristiani del primo e secondo millennio. Fare soltanto l’albero, nel nostro contesto attuale, potrebbe essere un modo, magari inconsapevole, con cui ci si rassegna all’attuale subdola campagna diostracismo verso Cristo e la Chiesa, presentata peraltro, falsamente, come indice di civiltà e di rispetto verso chi la pensa diversamente. Gesù non si è mai imposto a nessuno; ma, pur nelle sembianze povere e umili di Bimbo indifeso, ha voluto mostrare il suo esserci e il suo offrirsi a chiunque desideri accoglierlo.

lunedì 19 novembre 2012

CHI CI SEPARERÀ DALL'AMORE DI CRISTO

CHI CI SEPARERÀ' DELL'AMORE DI CRISTO

Buongiorno nel Signore.

Sono appena tornata da Assisi, luogo benedetto da Dio. Ad Assisi, ho potuto sperimentare un amore grande che non conosce confini, l'amore di Dio... Amore, incomprensibile... è
 come un mare senza spiaggia e senza fondo, contemporaneamente si esprime come amore paterno e materno. Paterno perché è un amore che mi stimola e mi sollecita continuamente, vuole che io cresca... mentre l'amore materno mi ha accolta con tenerezza riscaldandomi l'anima e il cuore... L'amore di Dio è infinito nei suoi benefici mentre il nostro amore è tanto limitato nella intensità, per quanto grande sia è sempre l'amore di una creatura che ha un cuore piccolo, piccolo. Proviamo anche noi ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la nostra forza e trasformeremo l'inverno in primavera!
Pax et bonum dice San Francesco uomo innamorato dell'umanità di Cristo e con San Paolo ci suggerisce un metodo per applicare concretamente alla nostra esistenza la luce dell’amore di Dio. Scrive: “Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma, in tutte queste cose, noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati” (Rom 8, 35-37). I pericoli e i nemici dell’amore di Dio che San Paolo enumera sono quelli che Francesco, noi e tanti altri santi hanno sperimentato nella loro vita: l’angoscia, la persecuzione, la spada...


 (cf 2 Cor 11, 23 ss). 



Preghiamo



Signore, sono piccola piccola e bisognosa del tuo amore.
Aiutami ad amarti sempre con tutto il mio cuore e con tutte
le mie forze, perché tu ami me di un amore infinito ed eterno,
fa che mi doni tutta a te, perché tutto quello che ho e che
possiedo è dono incommensurabile del tuo amore.
Ave Maria!

Maria Maistrini

Il Santo Rosario del Vaticano...pregate con me!!!







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Esposizione dei misteri

Il Rosario è composto di venti "misteri" (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, in quattro Corone.

La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).

«Questa indicazione non intende tuttavia limitare una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria, a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti» (Rosarium Virginis Mariae, n. 38).

Per aiutare l'itinerario meditativo-contemplativo del Rosario, ad ogni "mistero" sono riportati due testi di riferimento: il primo della Sacra Scrittura, il secondo del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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