lunedì 16 marzo 2015

La passione del Signore descritta da un medico

LA PASSIONE DEL SIGNORE DESCRITTA DA UN MEDICO

Alcuni anni fa un dottore francese, Barbet, si trovava in Vaticano insieme con un suo amico, il dottor Pasteau. Nel circolo di ascoltatori c'era anche il cardinal Pacelli. Pasteau raccontava che, in seguito alle ricerche del dottor Barbet, si poteva ormai essere certi che la morte di Gesù in croce era avvenuta per contrazione tetanica di tutti i muscoli e per asfissia.
Il cardinal Pacelli impallidì. Poi mormorò piano:- Noi non ne sapevamo nulla; nessuno ce ne aveva fatto parola.
In seguito a quella osservazione Barbet stese per iscritto una allucinante ricostruzione, dal punto di vista medico, della passione di Gesù. Premise un'avvertenza:
«Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13 anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato a fondo l'anatomia. Posso dunque scrivere senza presunzione ».
«Gesù entrato in agonia nell'orto del Getsemani – scrive l'evangelista Luca – pregava più intensamente. E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano fino a terra ». Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E lo fa con la precisione di un clinico. Il sudar sangue, o ematoidròsi, è un fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta, causata da una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l'angoscia terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiac­ciato Gesù.
Questa tensione estrema produce la rottura delle finis­sime vene capillari che stanno sotto le ghiandole sudori­pare… Il sangue si mescola al sudore e si raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra.
Conosciamo la farsa di processo imbastito dal Sine­drio ebraico, l'invio di Gesù a Pilato e il ballottaggio della vittima fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i polsi a una colonna dell'atrio. La flagel­lazione si effettua con delle strisce di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla re­gione lombare e anche sul petto.
I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di microscopiche emorragie del sudor di sangue. La pelle si lacera e si spacca; il sangue zampilla. A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un sopras­salto di dolore. Le forze gli vengono meno: un sudor freddo gli imperla la fronte, la testa gli gira in una verti­gine di nausea, brividi gli corrono lungo la schiena. Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una pozza di sangue.
Poi lo scherno dell'incoronazione. Con lunghe spine, più dure di quelle dell'acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo applicano sul capo.
Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno san­guinare (i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio ca­pelluto).
Dalla Sindone si rileva che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell'ala cartilaginea.
Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d'uomo alla folla inferocita, glielo consegna per la crocifissione.
Caricano sulle spalle di Gesù il grosso braccio orizzon­tale della croce; pesa una cinquantina di chili. Il palo verti­cale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le strade dal fondo irregolare cosparso di cottoli. I soldati lo tirano con le corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri. Gesù a fatica mette un piede dopo l'altro; spesso cade sulle ginocchia.
E sempre quella trave sulla spalla. Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso.
Sul Calvario ha inizio la crocifissione. I carnefici spo­gliano il condannato; ma la sua tunica è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto voi stessi questa prova che richiede talvolta l'anestesia generale? Potete allora rendervi conto di che si tratta.
Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe allo scoperto nelle piaghe. I carnefici dànno uno strappo violento. Come mai quel dolore atroce non provoca una sincope?
Il sangue riprende a scorrere; Gesù viene steso sul dorso. Le sue piaghe s'incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei chiodi e l'orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno.
Gesù deve avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il suo pollice, con un movimento vio­lento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato: un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato, come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello il dolore più insopportabile che un uomo possa provare, quel­lo dato dalla ferita dei grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto! Invece (lo si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato di­strutto solo in parte: la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo di Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando il dolore straziante. Un supplizio che durerà tre ore.
Anche per l'altro braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori.
Il carnefice e il suo aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima seduto e poi in piedi; quindi facendolo camminare all'indietro, lo addos­sano al palo verticale. Poi rapidamente incastrano il brac­cio orizzontale della croce sul palo verticale.
Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno ruvido. Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio. La povera testa di Gesù è inclinata in avanti, poiché lo spessore del casco di spine le impedisce di riposare sul legno. Ogni volta che Gesù sol­leva la testa, riprendono le fitte acutissime.
Gli inchiodano i piedi.
È mezzogiorno. Gesù ha sete. Non ha bevuto nulla né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta e il labbro inferiore già comincia a pendere. La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può deglutire. Ha sete. Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari.
Ma questo non è che l'inizio di una tortura atroce. Uno strano fenomeno si produce nel corpo di Gesù. I muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi: i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta di crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita dei piedi si incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a quelle orribili crisi che non si possono dimenti­care. È ciò che i medici chiamano tetanìa, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell'addome si irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più
corto. L'aria entra con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire. Gesù respira con l'apice dei polmoni. Ila sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel cianotico.
Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d'arìa non possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi gli escono fuori dall'orbita. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio!
Ma cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovru­mano, Gesù ha preso un punto di appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su, allegge­rendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono. La respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso riprende il pallore primitivo.
Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole par­lare: « Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ». Dopo un istante il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l'asfissia riprende. Sono state tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare, Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi… Inimma­ginabile!
Uno sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli non puo scacciarle. Fortunatamente, dopo un po', il cielo si oscura, il sole si nasconde: d'un tratto la temperatura si abbassa. Fra poco saranno le tre del pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare. È l'asfissia periodica dell'infelice che viene strozzato e a cui si lascia riprendere fiato per soffocarlo più volte. Una tor­tura che dura tre ore.
Tutti i suoi dolori, la sete, i crampi, l'asfissia, le vibra­zioni dei nervi mediani, non gli hanno strappato un lamento. Ma il Padre (ed é l'ultima prova) sembra averlo abbandonato: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abban­donato?».
Ai piedi della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella donna?
Gesù dà un grido: « È finito ».
E a gran voce dice ancora: «Padre, nelle tue mani raccomando il miospirito ».
E muore.

PREGHIERA A GESU' CROCIFISSO

 

Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che, alla tua santissima presenza prostrato, ti prego con il fervore più vivo di imprimere nel mio cuore sentimenti di fede, di speranza, di carità, di dolore dei miei peccati, e di proponimento di non offenderti, mentre io con tutto l'amore e la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che disse dite, o mio Gesù, il santo profeta Davide: “Hanno trapassato le mie mani e i miei piedi, hanno contato tutte le mie ossa”. Amen.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria al Padre.
 
 Si concede al fedele che piamente recita, dopo la comunione, la predetta preghiera dinanzi all’immagine di Gesù Crocifisso, l'indulgenza plenaria nei singoli venerdì di Quaresima; e l 'indulgenza parziale in tutti gli altri giorni dell'anno
http://www.fede-vita-speranza.it/la-passione-del-signore-descritta-da-un-medico/

venerdì 6 marzo 2015

UNA SUGGESTIVA VIA CRUCIS

Questa suggestiva e inconsueta Via crucis è raffigurata nella Chiesa del Centro Fernandes attraverso delle riproduzioni fotografiche dell'originale di autore polacco.
La sequenza della Via Dolorosa è metaforicamente ambientata nei lager nazisti tra la folla dei detenuti e la Chiesa in preghiera tra cui si scorge il papa Giovanni Paolo II.
CLICCA SUI RIQUADRI PER VEDERE LE FOTO DELLE STAZIONI
I STAZIONE: Gesù è condannato a morte
II STAZIONE: Gesù è caricato della croce
III STAZIONE: Gesù cade la prima volta
IV STAZIONE: Gesù incontra la Madre
IV STAZIONE: Simone di Crene porta la croce di Gesù
VI STAZIONE: la Veronica asciuga il volto di Gesù
VII STAZIONE:Gesù cade la seconda volta
VIII STAZIONE: Gesù ammonisce le donne di Gerusalemme
IV STAZIONE: Gesù cade la terza volta
X STAZIONE: Gesù è spogliato delle vesti
XI STAZIONE: Gesù è inchiodato sulla croce
XII STAZIONE: Gesù muore in croce
XIII STAZIONE: Gesù è deposto dalla croce
XIV STAZIONE: il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro
XV STAZIONE: Gesù è Risorto
Gesù risorto appare agli apostoli
Gesù risorto appare agli apostoli
Gesù Ascende al cielo

sabato 28 febbraio 2015

La trasfigurazione d Gesù Cristo

Commento al Vangelo: II domenica di Quaresima 2015 B (Mc 9,2-10)

La trasfigurazione di Gesù Cristo
La confessione solenne fatta da san Pietro, per lume divino, della divinità di Gesù Cristo, aveva bisogno di una conferma solenne almeno per gli apostoli che un giorno avrebbero potuto maggiormente illuminare gli altri, e Gesù volle darla con grande solennità, e nello stesso tempo con grande riserbo. Egli condusse con sé, dopo sei giorni, Pietro, Giacomo e Giovanni su di un monte che la tradizione identifica nel Tabor, e si trasfigurò innanzi a loro. Era rivestito di carne umana e di umili vesti, e apparve rifulgente, essendo Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, e con le vesti, rese, per la luce medesima che le inondava, di un bianco così intenso da non potersi paragonare con qualunque candore terreno. Vi erano con Lui Mosè ed Elia che rappresentavano la Legge e i Profeti, i quali discorrevano con Lui.
Quello spettacolo grandioso colmò di timore i tre apostoli, i quali non sapevano più dove fossero; era un timore però calmo e solenne che dava loro, nel medesimo tempo, un senso di felicità incomparabile, per cui san Pietro esclamò che era buona cosa per loro stare in quell’immensa felicità, e propose di elevare là tre tabernacoli, senza capire quel che dicesse. Egli era come trasognato; sentiva la maestà del Signore, e non avrebbe voluto più distaccarsi da Lui. Dio, però, che è infinita Bontà, raccolse anche quel desiderio e subito, rivelandosi da una nube, gli additò il cammino per il quale avrebbe potuto raggiungere eternamente la gloria del suo Figlio esclamando: Questi è il mio Figlio carissimo: ascoltatelo.
Era necessario non elevare su quel monte tre tabernacoli, ma elevarli nell’anima: al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo; era necessario trasfigurarsi sull’esempio del Redentore, rivestendosi di splendore con la grazia e di candore nel santo Battesimo, era necessario che si trasfigurasse la mente con la luce della fede, e il cuore con la rettitudine delle aspirazioni.
La vita del cristiano dev’essere
una trasfigurazione continua
La vita del cristiano è, infatti, una continua ascesa e una continua trasfigurazione; non può rimanere nelle bassezze terrene: deve ascendere più alto, fino a Dio; non può contentarsi di una bontà naturale ma deve rivestirsi di virtù celestiali. La Legge di Dio è la sua luce, e i Libri Santi sono l’oggetto dei suoi discorsi spirituali, poiché egli deve meditarli e formare la sostanza della sua vita. Dolorosamente gli uomini, molto spesso, si deturpano nel male, si ricoprono di tenebre, si ammantano di peccato, e si rendono obbrobriosi innanzi a Dio, si trasfigurano a rovescio, e precipitano nell’abisso.
Eppure il Signore ci ha dato tanti mezzi per trasfigurarci in splendore e luce! Ai piedi del sacerdote è presentata l’anima appena inizia il suo pellegrinaggio: è macchiata della colpa originale, e subito, attraverso l’acqua salutare, diventa candida; è senza luce interiore e riceve il dono della fede; è in una valle di lacrime e riceve il dono della speranza; è circondata di cose mortali e riceve il dono della carità che la fa tendere all’oggetto infinito del suo amore.
L’anima debole, che incomincia a operare nella vita, riceve lo Spirito Santo ed è trasfigurata in creatura nuova, dai suoi doni.
L’anima esausta corre alla fonte della vita, si ciba del Pane degli angeli, è posseduta da Gesù Cristo, ed è come trasfigurata in Lui.
L’anima caduta, macchiata di colpe, si umilia, confessa i suoi peccati, si pente, propone di non peccare mai più, ed è nuovamente imbiancata dalla grazia santificante.
Negli ultimi momenti dalla vita riceve un dono di fortezza speciale; nelle ascensioni del suo amore e della sua dedizione a Dio può essere rivestita del carattere sacerdotale, e se non può raggiungere quest’altezza per la sua condizione o perché non chiamata, può ammantarsi di splendore nella fecondità benedetta, e di candida veste nella verginità consacrata al Signore.
Nella preghiera, nel sacrificio, nella carità
L’anima cristiana può trasfigurarsi continuamente; nella preghiera sale sul monte delle elevazioni spirituali, nel sacrificio s’illumina degli splendori della Passione; nella carità riveste la placida luce della divina bontà, nei cui raggi si muove, e dalla quale è vivificata.
Perché, potendoci trasfigurare così in luce d’amore, tante volte ci trasfiguriamo in tenebre infernali? Una povera creatura segnata dal mondo è ammantata di turpitudine e crede di essere rivestita di eleganza, spira fetore e crede di diffondere profumi di attrazioni, corrompe e crede di vivificare, rovina e crede di edificare. O Gesù vita nostra, non permettere che siamo preda di satana, e che siamo abbrutiti dalle sue maligne suggestioni!
La venuta di Elia
Gesù Cristo proibì ai suoi tre apostoli di parlare della trasfigurazione prima della sua risurrezione, anche perché sapeva bene che non solo le turbe ma gli altri apostoli medesimi non vi avrebbero creduto. Essi avevano allora lo spirito annebbiato; consideravano tutto sotto la luce umana, e avrebbero svalutato il fatto come un’illusione, come tentarono svalutare così, poco tempo dopo, la testimonianza che le pie donne diedero della risurrezione. Pietro, Giacomo e Giovanni mantennero il segreto, benché essi stessi avessero capito ben poco di ciò che era avvenuto; scendendo dal monte si domandavano che cosa volesse significare quel che aveva detto loro il Signore: quando sarò risuscitato da morte; non sapevano concepire l’idea della morte e della risurrezione perché non avevano un concetto chiaro dello svolgimento della missione del Messia. Questo, però, non osarono domandarlo a Gesù; essi lo interrogarono invece sulla venuta di Elia che i farisei e gli scribi dicevano dovesse precedere quella del Messia. La trasfigurazione era un argomento troppo eloquente per dire che il Messia era proprio Gesù; ora Elia non l’aveva preceduto, ed era appena per poco tempo apparso sul monte; come si spiegava questo? Gesù rispose, distinguendo una doppia venuta di Elia: una personale, alla fine dei tempi, nella quale egli sarà tormentato a somiglianza del Figlio dell’Uomo, e una figurativa nella quale non Elia precede il Redentore, ma uno che cammina nel suo spirito; questi era Giovanni Battista, già venuto, e già martirizzato dalla perfidia di quelli che gli fecero tutto il male che vollero.
Gli apostoli non interrogarono oltre Gesù; forse la loro mente si confondeva, non sapendo ancora discernere le vie di Dio che sono misteriose e tanto lontane dai nostri comuni apprezzamenti. Chi avrebbe mai potuto supporre che quell’Elia del quale parlavano gli scribi e i farisei era Giovanni? E chi non avrebbe detto fallita la profezia, mentre invece si era realizzata nel suo senso mistico, e si doveva realizzare alla fine dei tempi nel suo senso reale?
Quante cose non intendiamo noi nelle vie di Dio, perché le giudichiamo col criterio umano!
Quante cose ci possono sembrare fallite nei suoi disegni, mentre sono solo realizzate in un piano diverso dalla nostra povera comprensione!

Non siamo facili a giudicare ciò che il Signore opera nei santi; non guardiamo da un lato solo le manifestazioni del suo amore: umiliamoci alla sua presenza e confidiamo in Lui, rimettendogli interamente il nostro povero giudizio e la nostra volontà!
Don Dolindo Ruotolo

domenica 15 febbraio 2015

Dio può tutto


DIO PUO' TUTTO

Nelle tribolazioni, l’unica nostra luce è Dio, l’unico nostro
 appoggio è la fiducia piena nella sua onnipotenza; se togliamo lo sguardo da Lui e ci concentriamo nella tempesta che ci sconvolge, andiamo miseramente a fondo. Dio solo è tutto per noi, e dobbiamo veramente credere in Lui, proprio in quei momenti nei quali è tanto facile perdere questa fede. Dio può tutto; anche se a noi sembra che umanamente non possiamo ricevere alcun aiuto, dobbiamo attenderlo dalla sua bontà, uniformandoci in tutto e per tutto alla divina volontà. Invece di lamentarci con il Signore o di desiderarci la morte dobbiamo unirci alla sua volontà, e dobbiamo implorare con fiducia il suo aiuto. Chiudiamo gli occhi, riposiamo in grembo a Dio, non ci preoccupiamo di quello che può succedere, non ci affanniamo per il futuro, ma rimettiamo nelle sue mani ogni nostra angustia e lasciamo a Lui la soluzione di tutte le nostre difficoltà.

Don Dolindo Ruotolo

martedì 10 febbraio 2015

Giornata Mondiale dell'ammalato

OGNI UOMO E' SEMPRE UN UOMO ANCHE QUANDO E' CROCIFISSO,
SFIGURATO, IRRICONOSCIBILE.
GIORNATA MONDIALE DELL'AMMALATO 11 FEBBRAIO 2015

L'11 febbraio, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. In preparazione di questo Santo giorno vorrei suggerire un momento di preghiera composto dalla recita giornaliera del Santo Rosario per tutti gli ammalati di Facebook. A chi è segnato dalla sofferenza, dalla debolezza, dal dolore, é mia intenzione dare un volto, quello di Gesù. E' questo il Volto che riesco a raggiungere con gli occhi del cuore e ad ognuno di questi volti desidero portare quanto di più prezioso ho: la consolazione del Vangelo. Afferma Gesù quando invia i 72 discepoli: "Quando entrerete in una città e vi accoglieranno...curate i malati che vi si trovano e dite loro: si è avvicinato a voi il Regno di Dio". E San Giacomo nella sua lettera esorta: "Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia salmeggi. Chi è malato chiami a sè i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati" (Gc 5,13). Preghiamo per tutti i sofferenti, affinché abbiano sempre aperta la porta del loro cuore e non si chiudano nella rabbia, nel sospetto e nel giudizio. Un grazie di cuore ed una preghiera particolare vanno a tutti i fratelli e sorelle che riescono a portare la croce con il sorriso. Grazie perché ci ricordate la verità che, con la fede, ogni uomo è sempre un uomo anche quando è crocifisso, sfigurato, irriconoscibile. Grazie perché ci rendete partecipi che la vita non è quella che rincorriamo ma è la vita vera e semplice che appartiene a tutti. Che il Signore vi benedica, vi sostenga e vi aiuti in questo pellegrinaggio.
Ave Maria! 

Preghiera a Gesù

                                                 
Signore Gesù, io vengo davanti a Te proprio come sono.
Sono addolorato per i miei peccati. Mi pento dei miei peccati,
Ti prego di perdonarmi.
Nel Tuo Nome io perdono tutti quelli che hanno fatto qualcosa
contro di me.
Io rinuncio a satana, agi spiriti del male e a tutte le loro opere.
Io mi do a Te completamente, Signore Gesù, ora e per sempre.
Ti invito a entrare nella mia vita, Gesù.
Ti accetto come mio signore, Dio e Salvatore.
Guariscimi, cambiami, fortificami in corpo, anima e spirito.
Vieni, Signore Gesù, coprimi con il Tuo Sangue Prezioso
e riempimi con il Tuo Santo Spirito.
Ti amo Signore Gesù.
Ti lodo Signore Gesù.
Ti ringrazio Signore Gesù.
Ti seguirò ogni giorno della mia vita. Amen.

Maria, Madre mia, Regina della Pace, San Pellegrino,
tutti voi Angeli e Santi, vi prego aiutatemi.


Amen

sabato 3 gennaio 2015

Ricostruire dalle rovine

Saturday 3 january 2015
 
 
 
 
Signore, parlo con Te. Non sei un'idea: sei il Vivente, Cristo, mio Dio. Sei il Cristo, che gli uomini hanno avvicinato e amato, come si ama un altro uomo.
Sei la realtà vera a cui è legata tutta la mia vita, il mio lavoro, i miei ideali.
Torno a Te, Cristo Signore, per sentirmi ancora qualcuno, per ricostruirmi.
O, lo sai bene, non ti porto un edificio ben lavorato, un'opera compiuta; ma un ordigno prezioso, divenuto briciole, anche se briciole d'oro. Lo riporto a Te perché lo ricostruisca in unità.
Che cosa ho fatto, Signore, da un pezzo in qua?...” Verba, verba, praetereaque nihil”1). Eppure Tu mi sei passato accanto tante volte; e mi hai messo nel cuore, vivo insistente, il bisogno tormentoso di Te.
La morte mi ha sfiorato, e ho sentito pungente il desiderio di finirla con gli uomini e le cose, e ricongiungermi a Te. Ma poi, tornato alla vita, son diventato ancora una volta mediocre, terreno, sciocco. Ho dimenticato Te. Son diventato nell'intimo uno dei tanti.
Quante anime mi si sono avvicinate! E mi hanno chiesto appassionatamente di portarle a Te, di sacrificarti la loro giovinezza, di imparare ad amare. Ed io le ho mandate innanzi, le ho spinte verso la suprema generosità del dono di sé; mi son sentito padre e fratello con loro. Ma poi le ho tradite, perché la mia vita, tornata solitaria, ha rivisto tutte, ad una ad una, le mie meschinità. Gli altri non sanno; ma tu vedi e tu sai, o Signore!
Mi hai chiesto il sacrificio, facendomi capire che “vi sono dei momenti in cui si ha la voglia di farla finita con gli uomini; e non c'è che due maniere per farla finita: o amare o morire”. Ed io ho accettato : ho chiesto che la vita fosse davvero un silenzioso dolore, tutta volta al dare e non al chiedere, perché è “meglio che ricevere”. Ma poi, quando è venuto il dolore mi sono abbattuto, e l'ho sciupato, manifestandolo, come si sciupa una bottiglia di vino vecchio, stappandola. Ho cercato me; ho voluto la poesia del dolore, non il dolore soltanto.
Soprattutto, o Signore, ho sciupato la mia vita interiore, ho spezzato la mia vita di prete: nessuna importanza all'Opus Dei, perdendo anche la viva coscienza del mio dovere. Quante volte mi sono addormentato senza aver terminato l'Ufficio! E la lettura spirituale? E le pratiche di pietà ordinarie?...E' vero: molto si è salvato, perché in fondo ho parlato di Te e vissuto di Te...Ma a lungo andare, mi espongo all'esaurimento; corro (il) pericolo di far rovinare l'edificio soprannaturale e con quello anche la coscienza morale dell'uomo puro e semplice. Mio Dio, pietà. Sono ancora e soprattutto ora il figliol prodigo che ritorna a Te!
Uno sguardo di compassione, Cristo mio Dio, sulla mia miseria e mediocrità: un tuo sguardo profondo e indagatore, come inesorabile giudice, sul mio rovinio interiore. Da Te lo prendo volentieri, Signore, anche se punge, e sconvolge; perché so che è uno sguardo vivificatore.
Mi metto, dunque, Signore, alla tua presenza, per ascoltarti e parlare; per piangere e agire: per ritornare. Lo fo per me, Signore; ché non posso più vivere in questa continua menzogna vitale, in questo alterno contrasto del fare e del dire; lo fo per i miei ragazzi, che aspettano, fuori, affollandosi coi loro intimi contrasti e bisogni. E son babbo per loro; e non posso dare uno scorpione per un uovo, un serpente per un pesce. Lo fo per Te, Cristo mio Dio, perché sono e voglio essere tuo: tua gloria, Signore, tua conquista, tua corona. ” Apostoli gloria Christi”2). Perché per me è ormai il giuoco dell'ultima carta, quello che giuoco nella vita, con Te.
Ascolto, Gesù. Parla e ricostruisci.
 
 
3 gennaio 1945
 
  Mons. Enrico Bartoletti
 
1) " Parole, parole e nient'altro"
2) " Sono gli apostoli delle Chiese e la gloria di Cristo"
 
 
Tratto da : In Spe Fortitudo Diario Spirituale 1933 – 1975 di Enrico Bartoletti 

domenica 28 dicembre 2014

FAMIGLIE APRITE LA CASA A GESU'

domenica 7 dicembre 2014

Immacolata Concezione di Maria

Origine e significato della solennità dell'Immacolata Concezione

Immacolata Concezione di Maria
La Theotokos

Maria, aurora di Cristo
Il Natale cristiano (25 dicembre), sostituisce l’antica festa pagana del “sole invitto” o del sole che, dopo il solstizio d’inverno del 21, riprende il suo cammino vittorioso sul buio invernale verso gli sfolgorii estivi. Solo Cristo, infatti, è per noi il “sole”, la “luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), poiché è Lui che ci libera dalle tenebre del peccato e ci guida verso lo splendore del Padre.
Maria, sua Madre, è come l’aurora che Lo precede, gli fa strada, anzi Lo introduce nella nostra storia. È naturale, quindi, che proprio nella celebrazione dell’Avvento, la Chiesa punti gli occhi su di Lei, immune dal peccato e piena di Grazia fin dal suo concepimento.
Lungo tutto il cammino dell’Avvento, mentre andiamo verso il Signore che viene come una luce nella notte, Ella rimane il modello esemplare di come si attende e di come si accoglie il Verbo di Dio.

L’Immacolata Concezione, evento di salvezza
L’8 dicembre 1854, Pio IX proclamava solennemente:
«La Beatissima Vergine Maria, nel primo istante della sua concezione, per singolare Grazia e privilegio di Dio onnipotente e in vista dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale».
E cioè: Maria, in vista dei meriti di Gesù Cristo, dunque in forza della Redenzione operata dal suo Figlio, fu favorita da Dio dal primo istante della sua esistenza con il dono della Grazia Divina e, di conseguenza, non ha conosciuto quello stato da noi chiamato “peccato originale”.
Il Concilio Ecumenico, afferma che Maria «congiunta alla stirpe di Adamo con tutti gli uomini bisognosi di salvezza, fu redenta in modo sublime in vista dei meriti del Figlio suo».
Con l’Immacolata Concezione, l’opera salvifica di Cristo non viene, quindi, mutilata ma, anzi, viene messa in luce la sua forza che supera gli effetti del tempo, facendo della Vergine non soltanto la prima redenta, ma la “pre-redenta”.
Qualsiasi sia l’interpretazione che viene o verrà data al peccato originale, la fede della Chiesa crede che Maria non ha conosciuto alcuna ombra di peccato, perché “concepita senza peccato” e, quindi “piena di Grazia”, come la saluta l’Angelo dell’Annunciazione.
La Chiesa cattolica è pervenuta a formulare questa verità dogmatica, solo attraverso un lungo e travagliato percorso storico di riflessione sulla Divina Rivelazione. Di conseguenza, anche la storia della festa dell’Immacolata è complessa e discontinua.

I testi della solennità
Vogliamo adesso addentrarci nella considerazione dei testi della festa dell’Immacolata Concezione, per comprendere il suo significato più profondo:

- I testi scritturistici, quali il protovangelo (Gn 3,9-15.20) o l’annuncio dell’Angelo (Lc 1,26-38), non provano nel loro senso letterale questa verità, ma sono prove indirette, esplicitate dalla Tradizione vivente della Chiesa.
Lo Spirito Santo, cioè, «ha chiarito alla Chiesa questa dimensione della Madre di Dio, sospingendola alla lettura globale del piano di salvezza testimoniato nella Bibbia». Unitamente alla lettura di Ef 1,3-6.11-12, essi danno alla celebrazione liturgica un inquadramento storico – salvifico: la Concezione Immacolata, non appare solo un privilegio personale ed irrepetibile di Maria che La isola da noi e dal nostro destino, ma piuttosto come un evento di salvezza a vantaggio di tutti.

- I testi liturgici sono un variegato composito di vecchio e di nuovo: I canti d’ingresso e di Comunione e le tre orazioni proprie, nei quali si descrive il privilegio di Maria in rapporto a Cristo, provengono dalla Messa approvata da Pio IX; il resto, compreso il prefazio che utilizza Ef 5,27, è nuovo, si ispira sia alla Lumen Gentium che alla Sacrosantum Concilium e sottolinea le implicanze antropologiche ed ecclesiali del mistero celebrato. Il tutto, un ibrido ben fuso di diversi momenti dottrinali, un luogo di sintesi di grande attualità.

Significato della solennità: tre temi interdipendenti
Si può affermare che la celebrazione, sviluppa tre temi interdipendenti:
il privilegio personale di Maria;
il suo significato teologico nei riguardi della Chiesa;
la sua esemplarità per quanti vivono l’Avvento.

Paolo VI afferma che nella festa dell’8 dicembre si ha:
«La celebrazione congiunta della Concezione Immacolata di Maria, della preparazione radicale della venuta del Salvatore e del felice esordio della Chiesa senza macchia e senza ruga».
Per comprendere pienamente il senso e l’insegnamento della Liturgia, le tre dimensioni non vanno separate: fermandosi solo al privilegio personale della Vergine, senza scoprire e sottolineare le sue implicanze nella vita e nella missione della Chiesa, si rischia di non far tesoro della riflessione conciliare sul rapporto Maria – Chiesa, di isolare il discorso mariano dal discorso cristiano, di non percepire il nesso della festa dell’Immacolata col tempo dell’Avvento.

Il privilegio personale di Maria
I testi liturgici, riprendono e arricchiscono gli elementi contenuti nella definizione dogmatica di Pio IX:

a) essi ricordano, in primo luogo, la preservazione dal peccato: la colletta e l’orazione sulle offerte, indicano il peccato in generale; il prefazio e l’orazione dopo la Comunione puntualizzano che si tratta esattamente del peccato originale;

b) in secondo luogo precisano che questo è avvenuto “PER GRAZIA DI DIO” e per “SINGOLARE PRIVILEGIO”, con un richiamo ben preciso alla definizione dogmatica del 1854 e con una piccola diversificazione della formula “in vista dei meriti di Gesù Cristo” in “in previsione della morte di lui”. Non si fa cenno alla Resurrezione che con la morte costituisce un tutt’uno del mistero pasquale di salvezza, forse per rispettare il principio della Scolastica che ritiene che i “meriti” di Cristo dipendono unicamente dalla sua “morte”, in quanto si può meritare solo fin quando si è in vita;

c) in terzo luogo i testi, mettono in risalto il fine di questo prodigioso intervento di Dio, che è essenzialmente cristologico: Dio ha voluto così preparare una degna dimora per il Figlio suo che da Lei doveva nascere, perché la Madre del Redentore non fosse una fonte inquinata ma purissima:

Testi della Messa della solennità dell'Immacolata Concezione:
«O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine, hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, ed in PREVISIONE DELLA MORTE DI LUI l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi a noi, per sua intercessione, di venire incontro a Te in santità e purezza di spirito. Per il nostro Signore».

«Accetta, Signore, il Sacrificio di salvezza, che Ti offriamo nella solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine, e come noi La riconosciamo preservata PER TUA GRAZIA da ogni macchia di peccato, così, per sua intercessione, fa che siamo sempre liberati da ogni colpa. Per Cristo nostro Signore».

«Tu hai preservato la Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale, perché, piena di Grazia, diventasse degna Madre del tuo Figlio. Da Lei, Vergine purissima, doveva nascere il Figlio, agnello innocente che toglie le nostre colpe».

«Il Sacramento che abbiamo ricevuto, Signore Dio nostro, guarisca in noi le ferite di quella colpa da cui, PER SINGOLARE PRIVILEGIO, hai preservato la beata Vergine Maria, nella sua immacolata concezione. Per Cristo nostro Signore».

L’Immacolata e la Chiesa
La Concezione Immacolata di Maria interessa tutta la Chiesa che, chiamata ad essere la Sposa di Cristo, tutta gloriosa, senza macchia né ruga ma santa ed immacolata (Cfr. Ef 5,25) e a diventare la città santa, la nuova Gerusalemme pronta come la sposa adorna per il suo sposo (Cfr Ap 21,2), vede in questo evento il momento inaugurale della Grazia di Cristo sulla terra, l’inizio della piena attuazione del piano salvifico di Dio, la cui finalità è costruire un Regno di Grazia e santità.
In questo inizio prodigioso, la Chiesa ammira il frutto più grande della Redenzione, l’esordio della nuova creatura in Cristo, la terra vergine delle origini.
La Concezione Immacolata, quindi, e l’esistenza stessa di questa Creatura mai contagiata dal peccato e sempre ripiena di Dio, ci parlano della nostra vocazione personale; dischiudono agli occhi della nostra contemplazione quel destino di Grazia e di gloria che è comune a tutta la Chiesa: l’Immacolata anticipa la meta a cui tutti siamo chiamati.

«In Lei hai segnato l’inizio della Chiesa, Sposa di Cristo senza macchia e senza ruga, splendente di bellezza e Tu, sopra ogni altra creatura, La predestinavi per il tuo popolo Avvocata di Grazia e modello di santità».

Conclusione: vivere nella pienezza di Grazia
La solennità dell’Immacolata ci richiama, in definitiva, al dovere di condurre una vita irreprensibile e lontana dal peccato, alla costante lotta, quindi, che ognuno di noi deve ingaggiare contro il potere del male, lotta dalla quale, con la Grazia di Dio, dobbiamo uscire vittoriosi, per essere e restare puri, immacolati e santi al suo cospetto.
In questa lotta senza confine, infatti, il verdetto di Dio è a favore dell’uomo: mentre abbandona il serpente alla sua maledizione, Egli si prende premurosa cura dell’uomo e specifica che concederà una benedizione di salvezza all’umanità e la Donna schiaccerà per sempre il capo del serpente infernale (Gn 3,13-15).
In Maria Immacolata, piena di Grazia e Madre di Dio, si realizza, a modello di tutti, la vocazione salvifica dell’uomo; in Lei il Padre mostra attuato il suo piano di salvezza; in Lei, prima creatura nata dalla benedizione in Cristo nello Spirito, brilla lo splendore della figliolanza divina che permette all’uomo di chiamare Dio “Abba”, Padre.
Colmata dal supremo favore divino, anche la Vergine dell’8 dicembre, ci resta, quindi, vicina: ci mostra il fascino della vita in Dio e ci invita, con la trasparenza pura, immacolata e luminosa del suo volto di Donna che ne ha trovato il favore, ad accogliere nella Fede, nell’amore e nella assidua sequela scevra dal peccato, il Signore Gesù, nel quale è ogni benedizione in cielo e in terra.



lunedì 1 dicembre 2014

Edith Stein e il mistero del Natale

Edith Stein e il mistero del Natale

di Maria Maistrini
Nel raccoglimento dell’abbazia benedettina di Beuron, nel 1932, tre anni prima di entrare nel Carmelo, Edith Stein scrisse una ricchissima meditazione teologica sul Natale. Il testo, pronunciato in occasione di una conferenza dell’Associazione Accademici cattolici di Ludwigshafen (nel Land della Renania-Palatinato, in Germania), fu pubblicato per la prima volta nel 1950 a Colonia e in Italia solo nel 1989.
Filosofa, ebrea, atea, convertita, religiosa e martire, questa donna speciale inizia la meditazione non con una citazione erudita, alla ricerca di un incipit originale, ma con una riflessione che spiazza per la sua semplicità; sì, la semplicità di chi ha lo sguardo inclusivo della fenomenologia. La Stein fa notare che tutti – anche gli appartenenti ad un’altra religione e i non credenti, cui l’antico racconto del bambino di Betlemme non dice alcunché – non possono sottrarsi al fascino del Natale.
Nelle settimane precedenti già «un caldo flusso di amore inonda tutta la terra», perché «tutti preparano la festa e cercano di irradiare qua e là un raggio di gioia». Cercare e dare gioia, preparare e prepararsi ad una festa, poiché è strutturalmente umano, è sempre apprezzabile e mai scontato da ricordare. Ma per il cristiano, e in particolare per il cristiano cattolico, la stella che porta alla mangiatoia è anche qualcos’altro. Il cuore di colui che vive con la Chiesa, fin dalle campane del Roratee dai canti dell’Avvento, comincia a battere all’unisono con la sacra liturgia che scandisce un tempo unico: il tempo di un’attesa che è allo stesso tempo un’ardente nostalgia. Un’attesa-nostalgia che cresce durante l’Avvento, e trova appagamento solo quando le campane della messa di mezzanotte suonano e annunciano: «E il verbo si fece carne». A questo annuncio, ci ritroviamo sempre davanti all’incanto del Bambino nella mangiatoia, che protende le mani e sorridendo sembra già dire quanto più tardi, divenuto Maestro, le sue labbra ripeteranno fino all’ultimo respiro della croce: «Seguimi».

Attenzione: la Luce della stella e l’incanto del Bambino nella mangiatoia durano il tempo di un battito del cuore. «Alla Luce discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa la notte del peccato». Di fronte al Bambino, simultaneamente, gli spiriti si dividono in “favorevoli” e “contrari”. Davanti al «Seguimi», chi non è per Lui è contro di Lui. Non a caso, il giorno dopo il Natale, mentre ancora riecheggia il suono gioioso delle campane notturne e delle festose liturgie natalizie, la Chiesa depone i paramenti bianchi della festa e indossa il rosso del sangue e, il quarto giorno, il violetto del lutto per ricordare il primo martire Stefano e i bambini innocenti uccisi da Erode. Che significa questo? Dov’è l’incanto del bambino nella mangiatoia, dov’è la «beatitudine silente della notte santa»?
Il mistero della notte di Natale, scrive la Stein, porta una verità grave e seria che l’incanto della mangiatoia non deve velare ai nostri occhi: «il mistero dell’incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti». La gioia del Bambino e delle figure luminose che s’inginocchiano attorno alla mangiatoia – i bambini innocenti, i pastori fiduciosi, i re umili, i martiri, i discepoli, gli uomini di buona volontà che seguono la chiamata del Signore – va di pari passo con la constatazione che non tutti gli uomini sono di buona volontà, che la pace non raggiunge «i figli delle tenebre», che a essi il Principe della pace «porta la spada», che per essi è «pietra di inciampo» contro cui urtano e si schiantano. Quel Bambino divide e separa, perché mentre lo contempliamo impone una scelta: «Seguimi». Egli lo pronuncia anche per noi, oggi, e ci pone di fronte alla decisione di scegliere tra la luce e le tenebre. Le mani del Bambino «danno ed esigono nel medesimo tempo». Allora, se mettiamo le nostre mani in quelle del Bambino divino e rispondiamo con un «Sì» al suo «Seguimi», cosa riceviamo?
«O scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità». Proprio qui sta la grandezza del mistero dell’Incarnazione: chi sceglie la luce, chi si mette dalla parte di quel Bambino, «libera la via perché la Sua vita divina possa riversarsi in noi», e porta «invisibilmente il Regno di Dio dentro di sé». Il Natale è l’inizio di un’avventura che non è altro che quella di lasciare la grazia «penetrare di vita divina tutta la vita umana». Perche Dio è diventato uomo? Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio. Scrive la Stein: «uno di noi aveva lacerato il legame della figliolanza divina, uno di noi doveva nuovamente riannodarlo e pagare per il peccato. Ma nessun discendente di questa progenie antica, malata e imbastardita, era in grado di farlo. Su di essa andava innestato un ramoscello nuovo, sano e nobile».Queste parole di Edith Stein richiamano alla mente – per evidente analogia – un passo del “Cur Deus homo?” di Sant’Anselmo, in cui è racchiusa la medesima logica della redenzione: «La restaurazione della natura umana non sarebbe potuta avvenire, se l’uomo non avesse pagato a Dio ciò che gli doveva per il peccato. Ma il debito era così grande che la soddisfazione – essendo obbligato solo l’uomo, ma potendolo solo Dio – occorreva che fosse data da un Dio-uomo». (CDH 2,6)
Edith Stein aveva imparato alla scuola dei maestri del Carmelo, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce in particolare, che la grazia si sviluppa in noi come un seme che ci trasforma, facendoci partecipe della Vita stessa di Dio. Per questo motivo, il seguito della meditazione insiste sui segni fondamentali di un’esistenza umana unita a Dio. Il primo segno della figliolanza divina è «essere una cosa sola con Dio». Il Bambino è sceso nel mondo per essere un «corpo misterioso» con noi: «egli è il nostro capo, noi le sue membra». Non esistiamo più «gli uni accanto agli altri, come esseri singoli, autonomi, ma siamo tutti una cosa solo con Cristo». Il secondo segno della figliolanza divina è «essere una cosa sola in Dio»: «se nel corpo mistico Cristo è il corpo e noi le membra, allora siamo membra gli uni degli altri, e tutti insieme siamo una cosa sola in Dio». Misura del nostro amore per Dio è il nostro amore per il prossimo «che sia parente o no, che lo troviamo simpatico o no, che sia moralmente degno del nostro aiuto o no»; «chi ama col suo [di Cristo] amore, vuole gli uomini per Dio e non per sé». Il terzo segno della figliolanza divina è la disponibilità ad accogliere qualunque cosa dalla mano di Dio: «Sia fatta la tua volontà!», in tutta la sua estensione, deve essere il criterio della vita cristiana. Esso deve scandire la giornata dal mattino alla sera, il corso dell’anno e tutta la vita. «Deve essere l’unica preoccupazione del cristiano. Tutte le altre il Signore le prende su di sé».
Nella Luce e nel calore della notte santa, quando abbiamo appena cominciato ad affidarci al Bambino, stringiamo fiduciosi la sua mano e vediamo con chiarezza quanto dobbiamo fare e non fare. Ma la situazione non rimarrà sempre così. Chi guarda l’incanto del Bambino nella notte santa non può far finta di non vedere che la via che si diparte da Betlemme conduce al Golgota, va dalla mangiatoia alla croce. «Chi appartiene a Cristo deve vivere tutta la sua vita». La notte di Natale e la notte della croce sono un’unica notte. Verrà il tempo della sofferenza e della morte, per ogni uomo. Quando sarà, la fiducia in Dio rimarrà incrollabile? Saremo disposti ad accogliere qualsiasi cosa dalla Sua mano? Saremo ancora capaci di dire «Sia fatta la tua volontà!», anche nella «notte più scura», «allorché la luce divina non brilla più e la voce del Signore tace»? I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri – scrive la Stein. Sullo splendore luminoso che irradia dalla mangiatoia cade l’ombra della croce. La Luce della notte santa si spegne nell’oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa la mattina della resurrezione. Il Figlio incarnato di Dio perviene, attraverso la croce e la passione, alla gloria della Resurrezione. Così ogni uomo deve soffrire e morire. Ma se egli è un membro vivo del corpo di Cristo, la sua sofferenza e la sua morte diventano, grazie alla divinità del capo, redentrici: «Ognuno di noi, tutta l’umanità perverrà con il figlio dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria». E Il Salvatore, ben sapendo che siamo uomini quotidianamente alle prese con le nostre debolezze, viene in aiuto della nostra umanità con quelli che la Stein chiama i «mezzi della salvezza»: «essere ogni giorno in relazione con Dio» attraverso l’ascolto della Parola, la preghiera liturgica ed interiore, la vita sacramentale. Ma è soprattutto al «Salvatore eucaristico» che dobbiamo fare spazio, affinché possiamo trasformare la nostra vita nella sua. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere continuamente alimentata: «Chi lo fa veramente il suo pane quotidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo». E questa è indubbiamente la via più sicura per conservare ininterrottamente l’unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più saldamente e profondamente nel corpo mistico di Cristo.
Sono venti pagine di meditazione sul Natale, quelle scritte dalla Stein, fittissime e densissime. Per ricordare che i misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile, perché sono tutti misteri portatori di salvezza. Incarnazione, Croce e Resurrezione sono inseparabili. Solo perché veramente il Figlio, e in Lui Dio stesso, «si è fatto carne», Egli ha potuto morire e risorgere, quindi strapparci dalla morte e consegnarci ad un futuro in cui questa “carne”, la nostra esistenza terrena, entrerà nell’eternità del Regno di Dio. Celebriamo il Natale come l’invito a lasciarci trasformare da Colui che è entrato nella nostra carne, che si è congiunto a noi e ha congiunto noi a sé, per penetrare di vita divina tutta la vita umana. Il mistero della notte di Natale ci ricordi che con l’Incarnazione avviene qualcosa di straordinario: la carne diventa lo strumento della salvezza.
«Verbum caro factum est» il Verbo si fece carne, scrive l’evangelista Giovanni e un autore cristiano de III secolo, Tertulliano, afferma: «Caro salutis est cardo», la carne è il cardine della salvezza. «Infatti se l’anima diventa tutta di Dio è la carne che glielo rende possibile! La carne vien battezzata, perché l’anima venga mondata; la carne viene unta, perché l’anima sia consacrata; la carne viene segnata della croce, perché l’anima ne sia difesa; la carne viene coperta dall’imposizione delle mani, perché l’anima sia illuminata dallo Spirito; la carne si nutre del corpo e del sangue di Cristo, perché l’anima si sazi di Dio. Non saranno separate perciò nella ricompensa, dato che son state unite nelle opere». (De carnis resurrectione, 8, 3: PL 2, 806).

Fonte: La porzione.it


Il Santo Rosario del Vaticano...pregate con me!!!







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Esposizione dei misteri

Il Rosario è composto di venti "misteri" (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, in quattro Corone.

La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).

«Questa indicazione non intende tuttavia limitare una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria, a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti» (Rosarium Virginis Mariae, n. 38).

Per aiutare l'itinerario meditativo-contemplativo del Rosario, ad ogni "mistero" sono riportati due testi di riferimento: il primo della Sacra Scrittura, il secondo del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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