mercoledì 26 novembre 2014

I cristiani sono l'anima del mondo

I cristiani sono l'anima del mondo. Lo testimonia una lettera di oltre duemila anni

La Lettera a Diogneto, il più grande gioiello della letteratura cristiana delle origini, ci racconta come vivevano i primi cristiani

Per molti secoli, un elegante manoscritto in greco è rimasto relegato nel silenzio più assordante. Il testo, dalle origini finora misteriose, è stato trovato per caso nel 1436 a Costantinopoli insieme a vari altri manoscritti indirizzati a un certo “Diogneto”.





Se non c'è certezza sull'autore, si sa che il destinatario era un pagano colto, interessato a conoscere di più il cristianesimo, quella nuova religione che si diffondeva con forza e vigore nell'Impero romano e che richiamava l'attenzione del mondo per il coraggio con cui i suoi seguaci affrontavano il supplizio di una vita di persecuzioni e per l'amore intenso con cui si amavano tra loro e amavano Dio. 
 
Il documento passato ai posteri come la “Lettera a Diogneto” descrive chi erano e come vivevano i cristiani dei primi secoli. Per gran parte degli studiosi, si tratta del gioiello più prezioso della letteratura cristiana delle origini.
 
I suoi paragrafi V e VI rappresentano la parte più famosa di questo tesoro della storia cristiana:
 
“I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio.
 
 
A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile. La carne odia l'anima e la combatte pur non avendo ricevuto ingiuria, perché impedisce di prendersi dei piaceri; il mondo che pur non ha avuto ingiustizia dai cristiani li odia perché si oppongono ai piaceri. L'anima ama la carne che la odia e le membra; anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo. L'anima immortale abita in una dimora mortale; anche i cristiani vivono come stranieri tra le cose che si corrompono, aspettando l'incorruttibilità nei cieli. Maltrattata nei cibi e nelle bevande l'anima si raffina; anche i cristiani maltrattati, ogni giorno più si moltiplicano. Dio li ha messi in un posto tale che ad essi non è lecito abbandonare”.
 




 

 

 







  

 
sources: ALETEIA

sabato 1 novembre 2014

Credo che con Cristo risorgerò e per sempre con Lui vivrò

LA PREGHIERA PER I DEFUNTI

RISPETTO PER I MORTI

Presso tutte le religioni, fin dai tempi più remoti, è diffuso il rispetto e il culto per i defunti. Sono stati costruiti mausolei in loro ricordo; le imbalsamazioni in uso presso certi popoli, le offerte, i riti sacrificali, dimostrano quanto sia sentito il dove­re di onorare coloro che ci hanno lasciato per una vita oltre la morte.
Per molti è un preciso dovere di gratitudine per il bene rice­vuto, a partire dal dono della vita, ai valori intellettuali, mora­li, materiali con cui i nostri cari ci hanno beneficato durante la vita. Purtroppo sovente questo nobile sentimento viene espres­so in maniera errata, con ostentazione di potere e ricchezza che non servono assolutamente al defunto, tanto meno a puri­ficarlo dai peccati commessi durante la vita.
Una tomba di marmo pregiato, un funerale sfarzoso... sono il più delle volte spreco inu­tile di denaro che avrebbe potuto essere devoluto in opere di grande valore sociale e caritativo, di cui il defunto avrebbe goduto un grande beneficio.

  SOLIDARIETA' CON I DEFUNTI

La morte non spezza i legami che abbiamo con i defunti. Le "tre" Chiese: peregrinante, purificante, trionfante, riman­gono strettamente unite come realtà comunicanti: i beni di una si riversano sulle altre. È una verità di fede che procla­miamo nel simbolo apostolico quando affermiamo: "credo nella comunione dei santi".
Con queste differenze. Noi che siamo ancora in vita possia­mo con fiducia invocare e ottenere l'aiuto dei beati in cielo, que­sti sicuramente intercedono per noi, (particolarmente i nostri patroni, i parenti, gli amici, le persone che abbiamo amato).
Le anime del Purgatorio invece si trovano in una condizio­ne per la quale non possono più meritare per sé stessi; men­tre noi abbiamo possibilità di aiutarli, ad attenuare le loro sof­ferenze, abbreviando la loro purificazione.
Da sempre la Chiesa accompagna i defunti, dopo la mor­te, con particolari riti e preghiere. La liturgia esequiale onora il corpo del defunto in cui Dio è stato presente mediante la Grazia dei Sacramenti e spinge lo sguardo all'ultimo avveni­mento della storia, quando Cristo tornerà glorioso per ridare vita ai corpi e renderli partecipi della sua gloria.
Il più grande desiderio dell'uomo è vincere la morte, che tro­va la risposta certa in Gesù morto e risorto, salito al cielo per preparare un posto per ciascuno di noi. Accomiatandosi dai discepoli Gesù ha promesso: "Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché anche voi siate dove sono io" (Gv 14,2-4). Per questo la liturgia esequiale è una celebrazio­ne pasquale: un momento in cui i fedeli, mentre pregano per il defunto, affidandolo alla misericordia di Dio, ravvivano la propria fede e speranza in Cristo che tutti attende nel suo regno di amore.
Una delle preghiere recita: "Dio, Padre misericordioso, tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti si compie il mistero del tuo Figlio, morto e risorto: per questa fede che noi pro­fessiamo, concedi al nostro fratello che si è addormentato in Cristo, di risvegliarsi con noi nella gioia della risurrezione".

COME AIUTARE I NOSTRI DEFUNTI

La Chiesa, madre e maestra, ci addita parecchi mezzi per suffragare le anime dei nostri cari e aiutarle a raggiungere la pienezza della vita eterna.
L'aiuto più efficace è la S. Messa, la Comunione fatta in suf­fragio dei defunti. La celebrazione Eucaristica, rinnovando il sacrificio di Gesù, è l'atto supremo di adorazione e riparazio­ne che possiamo offrire a Dio per le anime dei defunti.
La preghiera è un mezzo sempre efficace, alla portata di tut­ti, tanto più efficace quando non chiediamo aiuti e beni per noi stessi, ma perdono e salvezza per le anime dei nostri cari. Oltretutto per molti di noi è un dovere di gratitudine per il bene ricevuto da parenti e amici e, insieme, una garanzia per­ché le anime, giunte in Paradiso, pregheranno per noi.
Tra le preghiere tanto raccomandate c'è la recita del Rosa­rio, con l'aggiunta dopo il Gloria, di una invocazione per i defunti: l'Eterno riposo.
Oltre la preghiera possiamo suffragare le anime con morti­ficazioni, sacrifici, penitenze, beneficenza e atti di carità, in riparazione dei peccati commessi mentre erano in vita.

LE INDULGENZE

La ricorrenza della Commemorazione dei Fedeli Defunti, suscita in tutti noi il ricordo di chi ci ha lasciato e il desiderio di rinnovare nella preghiera quegli affetti che ci hanno tenu­to uniti ai nostri cari durante la loro vita terrena. È ciò che espri­miamo con il termine suffragio: parola che deriva dal verbo latino suffragari che significa: soccorrere, sostenere aiutare.
In vari modi la Chiesa ci insegna che possiamo suffragare le anime dei nostri cari defunti: con la celebrazione di Sante Messe, con i meriti che acquistiamo compiendo le opere di carità, con l'applicazione delle indulgenze. In particolare su questa pratica, ultimamente un po' trascurata, vogliamo sof­fermare il nostro pensiero.

CHE COSA SONO LE INDULGENZE

Leggiamo dal catechismo la definizione. L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente dispo­sto, e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministra della redenzione, autoritati­vamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi.
Al di là del linguaggio, sempre piuttosto tecnico nelle for­mulazioni ufficiali, cerchiamo di tradurre il tutto in termini più semplici. La teologia cattolica insegna che ogni nostro pec­cato ha una duplice conseguenza: genera una colpa e com­porta una pena.
Mentre la colpa, che possiamo concepire come la rottura o il deturpamento dell'amicizia con Dio, è rimessa dall'assolu­zione sacramentale nella confessione, (attraverso la quale Dio cancella l'offesa ricevuta), la pena permane anche oltre l'as­soluzione. Allontaniamo da noi ogni pensiero che si tratti di una castigo che Dio infligge, analogamente a quanto avvie­ne nel codice penale per i reati commessi contro la legge degli uomini. La pena di cui parliamo è una conseguenza che deri­va dalla natura stessa del peccato, che, oltre ad essere offesa a Dio, è anche contaminazione e corruzione dell'uomo. I nostri peccati infatti rendono sempre più faticosa e la ricostruzione, dell'amicizia con Dio e il superare quella inevitabile inclina­zione al male che permane anche dopo la remissione sacra­mentale, come conseguenza del peccato stesso.
Semplificando, pensiamo ad una ferita: anche dopo che ha smesso di sanguinare continua a darci dolore, ed è un punto debole: basta un piccolo urto perché riprenda l'emorragia. Il nostro corpo deve faticare per ricostruire il tessuto nella sua integrità e solo allora possiamo dirci veramente guariti. Il pec­cato è una ferita dell'anima e anche dopo il nostro pentimento e l'assoluzione sacramentale rimane come una debolezza: sia­mo più fragili, più soggetti a ricadere proprio dove siamo già caduti, rischiamo che quella ferita non pienamente rimargi­nata, si riapra proprio nello stesso punto.

FUNZIONE DELLE INDULGENZE

Le indulgenze che possiamo acquistare anche per noi stes­si (esempio il perdono d'Assisi o le indulgenze dell'Anno San­to) sono come un medicamento cicatrizzante, ci confermano nel proposito di rinnegare il peccato e sanciscono la nostra volontà di aderire pienamente al progetto di Dio. Pensiamo ancora cosa avviene quando l'amicizia tra due viene infran­ta. Essa si ricostruirà ma con fatica; anche dopo che l'offesa è stata perdonata, rimane come una difficoltà nei rapporti, finché con il tempo e la reciproca buona volontà non si rimuo­vono completamente le cause e i ricordi del litigio.
Ora noi non possiamo certamente dubitare della volontà di Dio di riammetterci alla sua piena comunione, ma dobbia­mo dubitare delle nostre capacità a staccarci completamente dal peccato e da ogni affetto malsano; è necessario un lun­go cammino di conversione e di purificazione.
La pena temporale non è quindi da concepire come una ven­detta di Dio ma come il tempo necessario a noi per rigenera­re la nostra capacità di amare Dio sopra ogni cosa. Questa pena temporale esige di essere compiuta in questa vita come riparazione, o in Purgatorio come purificazione. Nel cammino terreno il cristiano dovrà quindi cercare quei mezzi di purifi­cazione che facilitano il cammino verso la santità: le varie pro­ve e la sofferenza stessa, l'impegno nelle opere di carità, la preghiera, le varie pratiche di penitenza e, non ultimo, l'ac­quisto delle indulgenze.
Ma poiché difficilmente possiamo presumere che in questa vita riusciremo a giungere a quella perfezione che ci permet­terebbe di essere, immediatamente dopo il nostro trapasso, ammessi alla piena comunione con Dio, la Giustizia Divina pre­vede un tempo di purificazione anche dopo la nostra morte, in quella particolare condizione, (tradizionalmente chiamata Purgatorio), nella quale si troverà la nostra anima al termine del nostro esilio terreno e in attesa di giungere alla piena comu­nione con Dio.
Leggiamo ancora nel Catechismo: "Coloro che muoiono nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, benché sicuri della propria salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia di Dio":

COME OTTENERE INDULGENZE PER I DEFUNTI?

L'indulgenza legata alla commemorazione di tutti i defun­ti, il 2 novembre, è possibile lucrarla mediante: visite alle tom­be, celebrazione Eucaristica al cimitero, visita a una Chiesa. Si può lucrare l'indulgenza plenaria a partire dal mezzogiorno del 1° novembre fino a tutto il 2 novembre. Si può lucrare una sola volta ed è applicabile solo ai defunti. Visitando una Chie­sa, si reciti almeno un Padre nostro e il Credo. A questa si aggiungono le tre solite condizioni: Confessione, Comunio­ne, preghiera secondo le intenzioni del Papa (Pater, Ave, Glo­ria). Queste tre condizioni possono essere adempiute anche nei giorni precedenti o seguenti il 2 novembre.
Nei giorni dall'1 all'8 novembre chi visita il cimitero e pre­ga per i defunti può lucrare una volta al giorno l'indulgenza plenaria, applicabile ai defunti, alle condizioni di cui sopra.

Maria Maistrini
 
 Credo che in Cristo risorgerò
                   e per sempre con Lui vivrò.

Il Santo Rosario del Vaticano...pregate con me!!!







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Esposizione dei misteri

Il Rosario è composto di venti "misteri" (eventi, momenti significativi) della vita di Gesù e di Maria, divisi dopo la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, in quattro Corone.

La prima Corona comprende i misteri gaudiosi (lunedì e sabato), la seconda i luminosi (giovedì), la terza i dolorosi (martedì e venerdì) e la quarta i gloriosi (mercoledì e domenica).

«Questa indicazione non intende tuttavia limitare una conveniente libertà nella meditazione personale e comunitaria, a seconda delle esigenze spirituali e pastorali e soprattutto delle coincidenze liturgiche che possono suggerire opportuni adattamenti» (Rosarium Virginis Mariae, n. 38).

Per aiutare l'itinerario meditativo-contemplativo del Rosario, ad ogni "mistero" sono riportati due testi di riferimento: il primo della Sacra Scrittura, il secondo del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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